di Adriana Romeo *

Mi chiamo Adriana Romeo e sono presidente di una realtà spontanea e organizzata, Associazioni e Comitati Riuniti di Porta Palazzo, che da due decenni, a Torino, lavora a stretto contatto con la realtà del territorio di Porta Palazzo, registrandone le costanti modifiche e di conseguenza le criticità che via via si sono incrementate nonostante un’opera di costante segnalazione fatta a tutte le istituzioni coinvolte. Leggiamo sul blog di Paolo Hutter, pubblicato su ilfattoquotidiano.it col titolo “Torino, spostare il mercato del Balon è un’operazione di rozza chirurgia” e, considerato che ci occupiamo di quella vicenda da oltre un decennio, pensiamo di poter intervenire su queste dichiarazioni che ci appaiono come un’informazione piuttosto sbilanciata e ci si quindi impone di rendere evidente un’altra realtà che, da quel che leggiamo, seguita a non essere nota.

Continuano a scorrere su giornali, blog, quotidiani online, degli interventi che arrivano puntualmente a bacchettare i cittadini che si sono permessi di dolersi della convivenza forzata e irrisolta con il mercato del Barattolo e sono lì a spiegarci che praticamente il nostro problema non vale niente e puntano il dito contro amministrazione, comitati, commercianti, ambulanti, cooperative, associazioni di categoria, intere vie di condomini, in sintesi un intero territorio che si estende tra Porta PalazzoBorgo Dora e fino ad Aurora, reo – a dire di Paolo Hutter – di voler cacciare i venditori poveri e stranieri.

Sarebbe però opportuno anche riflettere sul fatto che colui che prende così nettamente posizione conosce solo la parte folkloristica del Barattolo. E’ così che riesce solo a dire che “la guerra torinese contro il suq al Balon è una variante diversa e creativa delle paranoie securitarie e xenofobe che circolano per il paese”. Hutter asseconda la storytelling che vorrebbe la causa dello spostamento quella di ambiziosi e lussuosi progetti con effetto “gentrificazione” e fantasiosi e quanto mai improbabili motivi politico-psicologici esterni al merito della vita del mercato.

Rigettiamo con sdegno l’accusa d’essere xenofobi e razzisti solo perché osiamo raccontare la quotidianità di un vissuto sempre più ad alta tensione per i cittadini. Con l’imposizione delle attività del quel tipo di “mercato” il territorio è totalmente divenuto ostaggio di comportamenti incontrollabili e meno che mai ricevibili: è sottoposto all’assalto di parcheggi selvaggi spacciatori, ambulanti abusivi, tossicodipendenti, scippatori, ricettatori, bivacchi in strada di individui dediti al consumo di bevande alcooliche e soliti alle minzioni a cielo aperto.

Quel pezzo di territorio, quel pezzo di città-collettiva è prigioniero di un mercato che non ha mai cercato un qualunque livello di convivenza con residenti e commercianti, che ha sempre negato ogni evidenza di trasgressione alla concessione sottoscritta con il Comune di Torino. Le precedenti amministrazioni recitavano il mantra d’avere scommesso su quell’operazione come una scelta avanzata di integrazione con i cittadini di quel quartiere; ebbene ora possiamo ben dire – dopo diciotto anni di disastri – che ha quell’idea è una scommessa persa con un intero territorio. Questi problemi sociali ci toccano da vicino e influiscono sui nostri sentimenti, sul nostro vivere quotidiano, sulla nostra salute e sui nostri comportamenti personali sempre pressati da distress eccessivi.

Accade qui da diciotto anni. Tanto è il periodo trascorso da questo territorio sotto lo schiaffo di una scelta che ha imposto a cittadini e commercianti di convivere forzosamente con atti, comportamenti, realtà e inciviltà, per affrontare i quali abbiamo invocato che le amministrazioni cittadine (comprese le precedenti Chiamparino e Fassino) intervenissero per porre un rimedio, un freno, un controllo allo scempio che veniva perpetrato nell’area ogni fine settimana. Le varie delibere che si sono susseguite, con i loro regolamenti acclusi, hanno sempre permesso all’identico concessionario di infischiarsi di ogni controllo, visto che era lo stesso concessionario ad essere titolare dei controlli sugli operatori del libero scambio, sulla provenienza delle loro merci e sulla correttezza degli scambi.

Cittadini e commercianti hanno implorato che per diciotto lunghi anni avvenisse un contenimento e una razionalizzazione del fenomeno. La razionalizzazione migliore è evidentemente quella evidenziata nella delibera del Comune dello scorso 27 dicembre: spostare il mercato del Barattolo è un’operazione indispensabile. Lo spostamento tiene, infatti, conto dei problemi di sicurezza evidenti a cui bisognava porre rimedio, uno sforzo fatto in diverse riprese con una certa attenzione ai dettami imposti dalla Circolare Gabrielli in tema di sicurezza, nonché dai vincoli sui beni culturali architettonici e paesaggistici ed in seguito alla nuove norme sul commercio imposte dalla Regione Piemonte. Però si sta parlando di un mercato che non trova riscontro nella narrazione edulcorata di Paolo Hutter.

Si sta parlando, per esempio, di un mercato che non dispone di un servizio di pulizia dedicato all’attività che di solito invece compete ad altri mercati; l’Associazione Vivi Balon, pur continuando a costringere al versamento della cosiddetta “cauzione” (peraltro mai restituita ai venditori) di 3 euro, supplettiva alla quota settimanale per partecipare alla giornata di mercato, ha revocato, da oltre un anno, il contratto di pulizia stipulato con la cooperativa che si occupava della ripulitura a fine mercato. Questo ha comportato un aumento esponenziale di rifiuti abbandonati a terra e sparsi sia nell’area di Canale Molassi che nel parcheggio di San Pietro in Vincoli.

Prendiamo, quindi, atto di una falsa coscienza perché l’incipit dell’associazione concessionaria Vivi Balon sarebbe di recuperare e riciclare le merci salvate dai cassonetti salvaguardando anche l’ambiente; in realtà si registra in documenti ufficiali che il mercato del Barattolo produce 22mila chilogrammi al mese di rifiuti, in buona parte abbandonati a terra a fine giornata, come testimoniano le numerose immagini scattate dai cittadini. Questo ci spinge a pensare che il ciclo dei rifiuti non venga migliorato dal progetto di Vivi Balon ma semplicemente venga inserito un nuovo step, con ulteriori costi relativi allo smaltimento.

Le merci vendute nelle aree del Barattolo provengono, in buona parte dei casi, dai cassonetti della raccolta indifferenziata, vengono raccolte dagli stessi espositori e immessi sul mercato di libero scambio. I rifiuti, che sarebbero andati alla discarica o all’inceneritore senza altro passaggio, così raccattati un’altra volta e riscartati di nuovo non fanno che aumentare la spesa dei costi di raccolta e smaltimento. Si sta parlando di un mercato che non è un mercato, perché la sentenza del Tar Piemonte emessa il 9 maggio 2018, a seguito di ben due ricorsi presentati dai residenti di San Pietro in Vincoli, decreta che il libero scambio o Barattolo non è un mercato e rientra nell’ambito delle manifestazioni, quindi dovrebbe essere assoggettato ai dettami della recente Circolare Gabrielli che regolamenta tali eventi in tema di sicurezza.

Si sta parlando di un mercato che non dispone di piani di emergenza e di evacuazione, che è attraversato da sovraffollamenti che possono compromettere le condizioni di sicurezza, in cui gli organizzatori non regolano e meno che mai monitorano gli accessi, in cui non sono stati predisposti percorsi separati di accesso all’area e di deflusso del pubblico ed è completamente assente l’indicazione dei varchi, che non dispone delle vie di fuga e non ha la capacità di gestire un eventuale allontanamento delle persone in forma ordinata, che non dispone di spazi di soccorso necessari per i mezzi di emergenza e di assistenza e riservati alla sosta e alla manovra degli stessi (tant’è che nel giugno del 2016 un’ambulanza – che doveva soccorrere un infartuato al Sermig – non riuscì ad accedere nel Canale Molassi) che non dispone di un adeguato e attento servizio di vigilanza con operatori completamente formati e abilitati, infatti non sono tutti qualificati con patentino.

Si sta parlando di un mercato che ha annoverato nel suo curriculum episodi documentati oramai da anni alla pubblica Amministrazione, alla Questura, alla Prefettura e alla Procura, che vanno dal più piccolo malcostume di inciviltà relazionale alla più grave intimidazione e minaccia all’incolumità fisica degli abitanti delle case circostanti, dalla vandalizzazione delle automobili, alla ricettazione e alla vendita di merci di dubbia provenienza. Si sta parlando di un mercato che ha prodotto negli anni rumorose e moleste occupazioni notturne, schiamazzi, bivacchi, risse tra ubriachi, aggressioni, occupazioni dei luoghi che non sono destinati a quel mercato, che abbandona dei rifiuti in ogni angolo possibile, che provoca pericolosità di uscire o rientrare dalla propria abitazione; si sta parlando di un mercato che da ben diciotto anni ha modificato pesantemente la situazione di quel territorio, occupato fin dalla mattina di ogni venerdì e quindi per tutto il sabato fino a sera, facendolo diventare un luogo senza alcuna legge e protezione.

Si sta parlando di un mercato che in diciotto anni ha obbligato moltissimi cittadini alla presentazione di diversi esposti alla Procura della Repubblica perché le loro segnalazioni non hanno corrisposto ad alcuna azione di tutela da parte delle Istituzioni responsabili, che sono sempre rimaste sorde a ogni denuncia. Si sta parlando di un mercato il cui concessionario ha rinunciato a svolgere la sua funzione, oppure non ha mai saputo tradurre in pratica la “mission” che gli consegna la concessione che ha sottoscritto, ovvero di condurre un comportamento al limite del lecito, verso comportamenti più adatti e rispettosi delle leggi, dei regolamenti e dei rapporti con il territorio, fino a riqualificare gli operatori stessi dando loro un’opportunità di crescita, e di collocamento nell’ambito di una professione efficace.

Si sta parlando di un mercato il cui concessionario ha mostrato il vero volto e che da sempre specula, parlando di povertà e di aiuto sociale, producendo invece un suo bel ricco profitto facendo infatti pagare agli sprovveduti operatori delle esose quote di partecipazione che non corrispondono al costo della concessione e che lasciano disponibili ricche prebende. Si sta parlando di un mercato gestito da un’associazione con una vita associativa che maschera, in una falsa prospettiva bonaria, solo interessi egoistici di parte e che quindi in realtà non esiste, infatti ogni singolo operatore viene, tiranneggiandolo, ad essere una sorta di massa manovrabile a disposizione di coloro che eternamente hanno governato le sorti dell’associazione Vivi Balon.

Le narrazioni superficiali, si concentrano sullo spostamento, sul luogo, ma nessuno dice chiaramente quali siano le condizioni di lavoro degli espositori. Da anni è stato permesso loro di commerciare delle povere cose raccattate nei bidoni, oppure fare commercio di oggetti ricettati dagli scippi e dai furti, nessuno si chiede se possa essere una soluzione dignitosa e congrua al dramma di una parte fragile di questa città, nessuno si chiede perché quel progetto non è stato in grado di formare i venditori e di accompagnarli ad una situazione lavorativa più dignitosa, nessuno si chiede perché sono stati invece miseramente tenuti in una situazione di povertà. A noi non è mai sembrato così, abbiamo sempre richiesto delle azioni più onorevoli e più mirate a dare uno spazio dignitoso e strutturato e una risposta più efficace al dramma delle vite marginalizzate, non abbiamo mai dimenticato di tenere presenti gli interessi di quegli operatori che sappiamo essere persone in più o meno gravi difficoltà.

Questa storia diciotto anni fa è stata imposta ad un territorio senza concordare niente con nessuno, né con la Circoscrizione, né con i residenti, né con i commercianti, le parole che l’assessore normalmente pronunciava era che “era una scommessa”, una scommessa però pagata con la qualità della vita delle persone che vivono e lavorano attorno a questa realtà, che per diciotto lunghi anni hanno vissuto con il fiato in sospeso a causa delle risse, minacce, rifiuti abbandonati e pericoli costanti. Ora, che si giunga a proporre di parlare di “condividere” quando si è stati ostaggio della violenza, dell’aggressività e dello scarso senso civico è un po’ beffardo e non solo fuori tempo soprattutto perché per diciotto anni tutto questo è stato chiesto e non è mai stato accettato. Questa situazione è avvenuta invadendo quel territorio senza mai porsi una volta l’idea che fosse in questione ascoltare le proteste della gente.

Oggi fa comodo cavalcare questo tema sventolando il vessillo della difesa dei poveri per attaccare una delibera comunale che si propone finalmente di rimediare ad anni di guasti e di fermare la strutturale aggressività rivolta contro tutti i cittadini che vivono in quel territorio.

* Associazioni e Comitati Riuniti di di Porta Palazzo