Instancabile Claudio Bisio. Passo, conduco, faccio il monologo, suono canto e ballo, rassetto e torno. Niente satira politica, per carità. Siamo a Sanremo. E l’epoca dei Beppe Grillo è passata da un pezzo. Se poi guardi la fine di Crozza, fischiato per un Berlusconi da operetta nel 2013. Claudio Bisio, 61 anni da Novi Ligure, mamma maestra e papà commerciante, un passato da devastatore performativo alla Dario Fo, giullare gommoso, elastico, baciatore, scherzoso e pomicione. Mai cannoneggiamenti. Solo un costante e irrefrenabile lavorio ai fianchi. Bisio è, come dicevano gli EelST, “un simpatico umorista”.

Dopo la cessione Mediaset della De Filippi al Sanremo di Carlo Conti. Il conduttore del Saturday Night Live versione meneghina è il prestito prezioso di Sky a mamma Rai. Bisio è ballerino alla Patrick Swayze sul palco di Zelig. È l’irriverente e parlante mimo Marcel Bisiò per la Gialappa’s di Mai dire Gol (capolavoro assoluto, il mimo e il programma). È il conduttore travolgente di un’invisibile striscia comica spaziale come Cielito Lindo (Rai3, 1993). È la splendida faccia da schiaffi in tanti film di Gabriele Salvatores (mettiamo la sequenza del benzinaio in Turné in duetto supremo con Abatantuono). È l’assoluto protagonista di commedie contemporanee al cinema, degli autentici fenomeni di massa, prima e durante l’era Zalone, come Benvenuti al Sud! o Benvenuto Presidente. L’attore che da bimbo aveva deciso che da grande avrebbe fatto il clown, è sintesi fulminea esilarante su tanti luoghi comuni della società italiana. È tecnicamente l’esuberante fusione della performance fisica con la forza della parola. È la milanesità universale che nasce solida al Piccolo, raccoglie la lezione cabarettistica degli stand-up comedians italiani post Derby, mescola un po’ di ritmi e tempi tv di Cologno Monzese, a cui aggiunge una spruzzatina di riferimenti bonariamente colti e nostalgicamente pop.

Quando si presenta nel 2013 sul palco di Sanremo, conduzione Fazio, prima fa melina attorno alla differenza degli applausi tra quello maschile e quello femminile (e dal suono dell’epoca non potete dire che aveva torto), poi attacca con il classico monologo sui personaggi di Paperopoli e la battuta: “che animale è Nonna Papera”?. Dejà-vù. Routine. Mestiere. Eppure il Bisio pennacchiano, quello più surreale, fumettistico, ilare, quello che porta a teatro Daniel Pennac, di cui è amico, confidente e straordinario signor Malaussene, è un corpo capro espiatorio estremamente plasmabile, buffo e garbato, introvabile nel panorama della risata italiana. Doppio misto, il libercolo (Feltrinelli) in cui racconta il suo rapporto di coppia, mai illuminato dai riflettori, con Sandra Bonzi, è una perla comica di rara brillantezza. Un Harry ti presento Sally da sfogliare.

Con Bisio che si racconta nel palleggio Lei/Lui anche divagando con lettere all’amico Gigio. “Caro Gigio, disastro! Sandra legge il mio diario. Da tempo lo sospettavo, ma ora ne sono certo. Ho messo un capello (non mio) a sigillo del quadernetto e non l’ho più trovato”. Alzi la mano chi non si trattiene dalle risate. Altro tratto originale, senza epigoni e/o copie conformi arriva quando Bisio non era ancora nessuno, studiava da comprimario nei film con Beppe Grillo (Scemo di guerra, Topo galileo), e l’amico Gabriele Salvatores non l’aveva elevato a protagonista (Puerto Escondido, 1992). È l’apice creativo di una carriera. L’exploit cantante dell’album Patè d’animo. 1991. Per un’estate intera l’Italia canta le strofe di Rapput. Primo posto in classifica per oltre un mese. Rocco Tanica gli apparecchia la tavola con Guglielma, La droga fa male, Le donne di Tunisi, L’urlo. “Io dicevo sì capisco, vuoi gli scampoli d’assenza, io pensavo/Puttana”. Chissà se a Sanremo una hit ascoltata da tutti gli italiani, canticchiata sulle spiagge, tornerà, tormentone, anche appena glissato sul finale, un po’ come in Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, quando piove dal cielo del genio: “s’ingrossava la cappella”? Confidiamo nella comicità di Baglioni. Due Claudio in scena se la intenderanno. Anche solo per un do di petto intonato in coro.

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