Quando le cose vanno male è francamente fastidioso sentire ministri, ormai da sette mesi al governo come Luigi Di Maio, imputare il fallimento ai propri predecessori. Certo, è perfettamente vero che la legge di bilancio in vigore fino allo scorso 31 dicembre è stata pensata e firmata dal vecchio presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e dai suoi uomini. Ed altrettanto vero che, recessione tecnica a parte, l’Italia va come è sempre andata da anni. Cioè ha un andamento del prodotto interno lordo che costantemente si mantiene a circa un punto di distanza da quello del resto d’Europa: nel 2018, secondo le stime preliminari, segniamo un misero più 0,8 per cento contro il più 1,8 per cento della media Ue, conservando di fatto lo stesso gap di 2017 (+1,5% contro +2,4%) e aumentandolo leggermente rispetto al 2016 (+0,9% Italia, +1,7% Europa) e 2015 (+0,8% e +1,6%). 

Per chi governa, questa però, non può essere né una consolazione né una giustificazione. Perché, se da anni il differenziale con gli altri Paesi resta pressoché invariato e l’Italia nella classifica della crescita si ritrova regolarmente all’ultimo o al penultimo posto in Europa, bisogna chiedersi cosa abbiano fatto gli attuali governanti per invertire da subito la rotta. Anche perché a fine agosto – quando in occasione della Festa del Fatto Quotidiano, intervistammo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti – ci era sembrato che la maggioranza gialloverde avesse ben presente problema. E che avesse capito come, per creare immediatamente lavoro e sviluppo, ci fosse una sola strada: semplificare le normative sugli appalti, far celermente partire le piccole opere e i lavori di manutenzione delle nostre malandate infrastrutture. I dati, già allora pubblici, dimostravano che, al contrario di quanto previsto dai precedenti esecutivi, gli investimenti dello Stato nel settore costruzioni tra il 2016 e il 2018 erano calati di 3,7 miliardi, quando invece avrebbero dovuto aumentare di 6,8. E che tutto questo non era accaduto per mancanza di fondi. I soldi infatti ci sono e sono pure tanti. Come sa il nuovo governo che si è ritrovato in eredità ben 140 miliardi euro, spalmati su 15 anni, immediatamente utilizzabili grazie a un accordo con la Bei (Banca europea degli investimenti). Tutto denaro stanziato in passato che però nessuno dei vecchi esecutivi aveva saputo spendere principalmente a causa delle nostre leggi e della nostra burocrazia. 

La questione apertura dei cantieri (che non ha nulla a che vedere con le polemiche politiche e giornalistiche sulla Torino Lione, opera che crea poca occupazione e di scarsa utilità) non è però stata messa in una posizione pari a quella del reddito di cittadinanza e di quota cento, nelle agende di Giuseppe Conte, Di Maio e Matteo Salvini. E non sono ancora stati compiuti molti dei passi necessari per cambiare la situazione.

Più volte è stato annunciato l’arrivo della riforma del codice procedura civile ed è stata assicurata la revisione del codice degli appalti. Ma senza che si vedesse niente, così come non si è assistito ad alcun dibattito sul ruolo del Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica. Un organismo davanti al quale passano ora tutte le modifiche progettuali delle opere più grandi, causando così stop ai lavori spesso superiori ai sei mesi perché dopo le sue delibere deve sempre intervenire la Corte dei Conti e si deve attendere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

La maggioranza gialloverde, di fatto, da quando è in carica in materia di appalti può rivendicare solo la legge anticorruzione che, secondo l’idea del governo, rendendo più semplice scoprire i ladri permetterà di allentare altri tipi di controllo preventivi e la norma che consente ai Comuni di assegnare direttamente l’esecuzione di lavori fino ai 150mila euro. Ma, in entrambe i casi, si tratta di riforme entrate in vigore solo adesso. Così come solo nei prossimi mesi vedremo insediarsi a Palazzo Chigi la famosa cabina di regia che dovrà occuparsi di lavori pubblici. Per questo gli attuali ministri invece che prendersela con gli errori dei loro predecessori (mandati a casa proprio perché, secondo gli elettori, avevano sbagliato), dovrebbero invece dirci una sola cosa: quando e come inizieranno a investire il denaro che hanno già in tasca.

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