Raccontiamola così: da trent’anni a questa parte, a ogni legge finanziaria, tutti dicono che per far ripartire l’Italia ci vogliono gli investimenti. Decine e decine di miliardi da spendere in opere piccole e grandi che diano lavoro a centinaia di migliaia di persone. È il famoso volano per la crescita che secondo gli economisti è riassumibile in una formula precisa: 15.500 nuovi posti ogni miliardo messo sul piatto. Anche per questo oggi in molti urlano contro l’Europa cattiva che, impedendoci di spendere, ci costringe a stagnare o decrescere. Va bene. L’Europa sarà pure cattiva, ma in questo caso qualcuno più cattivo di lei c’è: lo Stato italiano. A dircelo sono i numeri.

Pensate, il nuovo Esecutivo si è ritrovato in eredità ben 140 miliardi euro, spalmati su 15 anni, immediatamente utilizzabili grazie a un accordo con la Bei (Banca europea degli investimenti). Sono i soldi stanziati dai passati governi ai quali ora si aggiungono altri 15 miliardi che la manovra vuole investire in tre anni per “trasformare le città in cantieri”. Purtroppo però questo tesoro nessuno è stato fin qui capace di spenderlo. Burocrazia, leggi assurde, un codice degli appalti da rivedere, i continui passaggi davanti alla Corte dei conti e al Cipe (Comitato interministeriale per programmazione economica) portano sempre a un unico risultato: l’immobilismo più assoluto.

Sulla carta, tra il 2016 e il 2018, ci informa Business Insider, gli investimenti pubblici sarebbero dovuti aumentare di 6,8 miliardi, invece sono calati di 3,7. Matteo Renzi, poco prima delle sue dimissioni, aveva creato un fondo di 83 miliardi spiegando che, nel giro di 24 mesi, ne sarebbero stati spesi 3. Niente da fare. Anche per lui il fallimento è stato totale. Perché, come dice l’Ance (l’Associazione dei Costruttori), alla fine l’investimento reale è stato di soli 300 milioni.

Oggi i gialloverdi giurano che troveranno il modo di sbloccare tutto rivedendo le norme, istituendo una cabina di regia a Palazzo Chigi, riscrivendo codice degli appalti e codice civile e soprattutto (questo lo dicono i Cinque stelle) grazie al pacchetto delle leggi Anticorruzione. L’idea di fondo è che se diventa più facile scoprire e punire i tangentisti si può evitare di assillare le imprese con scartoffie e burocrazia. Funzionerà? Non lo sappiamo. Sappiamo però che in caso di fallimento ci resta sempre un’ultima strada. Prendere quei 155 miliardi, nasconderli in vecchie bottiglie, sotterrarli e lasciare che i cittadini si organizzino per scoprirle.

Non è uno scherzo, ma esattamente quello che suggeriva nel secolo scorso il grande economista John Maynard Keynes. Sentite qui: “Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse a una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata di scavar fuori di nuovo i biglietti (ottenendo naturalmente il diritto di scavo mediante offerta all’incanto per l’affitto dei terreni), non dovrebbe più esistere disoccupazione (…) e il reddito reale della collettività e anche la ricchezza capitale di essa diverrebbero probabilmente molto maggiori di quanto realmente siano. Effettivamente sarebbe più sensato costruire case e simili; ma se per farlo si incontrano difficoltà politiche e pratiche, quanto sopra detto sarebbe meglio di niente”.

Concordiamo con lui. Anche se, essendo in Italia, temiamo che pure l’asta per i diritti di scavo alla fine si rivelerebbe truccata o interminabile. Comunque sia, buona fortuna a tutti.

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