“Rifarei tutto. E non mollo”. Matteo Salvini non è quel genio della tattica che una stampa sempre pronta a incensare chi governa descrive. La sua lettera al Corriere della Sera di oggi indica una scelta precisa che può segnare l’inizio della sua parabola discendente: il cambio di linea sulla richiesta di autorizzazione a procedere da parte del tribunale dei ministri.

In un primo momento Salvini era disposto a farsi processare, per trasformare lo scontro con la magistratura in una corrida istituzionale con lui al centro dell’arena, pronto a difendersi da tutti con il sostegno del “popolo”.

Ora invece Salvini spiega al Corriere che lui non deve essere processato, che nel caso Diciotti non ci fu sequestro di persona e che, se anche ci fu, la sua decisione era nell’interesse dello Stato. E dunque il Senato deve respingere i magistrati. Una linea che costringe i Cinque Stelle a scegliere: salvano il leader leghista dal processo votando contro l’autorizzazione a procedere? O sconfessano politiche che hanno avallato per mesi e votano per il processo? Nel primo caso distruggono ogni credibilità rimasta come paladini dell’uomo comune contro la “casta” (anche se in questo caso si tratta di valutazioni politiche su un ministro), nel secondo fanno esplodere la maggioranza.

Problemi dei Cinque Stelle, vedremo. Ma intanto stiamo all’argomentazione di Salvini: si muove per tutelare l’interesse nazionale? La Costituzione e la legge prevedono l’eventualità che un ministro possa anche commettere un reato, se lo fa in nome di un obiettivo più alto del rispetto della norma. Ma è ormai evidente che così non è. Non c’è alcun interesse dello Stato nel tenere navi cariche di migranti a un miglio dalla riva.

Sappiamo dalle cronache di questi giorni che le 47 persone a bordo della Sea Watch non avevano alcuna fretta di partire. Sono state costrette dai loro carcerieri libici e dai trafficanti ad affrontare l’ostile mare di gennaio e tutti i suoi rischi contro la loro volontà. Perché non erano più passeggeri che avevano pagato un servizio, ma munizioni umane sparate contro l’Italia a cui i soliti signori del traffico e i loro referenti politici vogliono strappare altre concessioni e sollecitare pagamenti e forniture già concordate. Quegli esseri umani usati come ostaggi dai libici si sono trovati poi ostaggio del governo Conte (la responsabilità, caro presidente del Consiglio e cari Cinque Stelle, è ormai condivisa da tutti voi).

Salvini non ha alcun incentivo a risolvere il problema immigrazione o a neutralizzare le sue conseguenze più problematiche, non ha cioè alcun incentivo politico a tutelare l’interesse dello Stato che amministra, come dimostrano le sue scelte da ministro. Vuole fare la guerra alle Ong? Scelta discutibile e discussa ma comprensibile, già il governo Gentiloni aveva scelto la linea di regolare le attività di ricerca e soccorso in mare. Ma i 47 a bordo della Sea Watch non hanno colpa alcuna. Prima vanno fatti sbarcare, poi si regolano i conti con la Sea Watch, con Malta, con l’Olanda… Ma la Lega non vuole soluzioni, vuole problemi per poi candidarsi a risolverli: vuole lo scontro frontale con i partner europei, non il negoziato; vuole immigrati irregolari senza documenti e senza lavoro in giro per le nostre città (l’effetto del decreto sicurezza), non un’accoglienza diffusa e strutturata che permetta di uscire dalla situazione di emergenza; vuole un’Europa cattiva ed egoista da denunciare, non faticosi compromessi che permettano un passo alla volta di superare un quadro legislativo comunitario a noi sfavorevole.

Salvini ha perfino fatto il possibile per avere una Libia instabile e creare così il terreno ideale per i traffici: ha dato impulso al rinnovo del vertice dell’Aise, i servizi segreti esteri, in estate, così per mesi e mesi il direttore Alberto Manenti è rimasto nel limbo tra dimissioni e arrivo del successore, e il governo ha dovuto rinunciare al suo massimo esperto di questioni libiche (in Libia ci è pure nato Manenti), che da anni tesseva dialoghi discreti con tutte le fazioni. Poi Salvini ha bloccato a lungo la nomina di un nuovo ambasciatore, impuntandosi in modo incomprensibile a difendere il gaffeur Giuseppe Perrone, tornato in Italia dopo essersi inimicato tanto il governo Serraj che quello del generale Haftar. Infine Salvini è andato più volte in Libia, creando una confusione negli interlocutori dell’Italia che un giorno si trovano davanti lui, un giorno Conte, un altro il ministro della Difesa Elisabetta Trenta e così via.

La Lega non ha promosso accordi di rimpatrio con i Paesi che non accettano il ritorno di migranti, non ha riformato il sistema dell’accoglienza, non ha provato in alcun modo a regolare il ruolo delle Ong, non ha supportato i tentativi del ministro degli Esteri Enzo Moavero di ottenere una regia con la Commissione europea della gestione di chi arriva, non ha attuato alcuna iniziativa diplomatica contro i Paesi – come l’Ungheria o la Polonia – che si sono sempre opposti al ricollocamento dei richiedenti asilo identificati.

Quindi la risposta, gentile (mica tanto) ministro dell’Interno, è: no, le sue scelte politiche, inclusa quella della Diciotti, non sono state compiute in nome dell’interesse nazionale, della ragion di Stato. Anzi, sono state motivate da un interesse tutto politico, rafforzarsi nei sondaggi a spese dell’alleato a Cinque Stelle, che era in netto contrasto con l’interesse dello Stato che lei, per incarico e senso di responsabilità, doveva tutelare.

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