Il tribunale dei ministri di Catania ha chiesto l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini per la vicenda della nave Diciotti. La decisione del tribunale dei ministri arriva dopo la richiesta motivata di archiviazione avanzata dalla procura di Catania. Bloccare per cinque giorni 177 migranti a bordo dell’imbarcazione della Guardia Costiera nel porto di Catania, secondo la procura, era stata una scelta politica. Motivata da due fattori: la richiesta dell’Italia alla Commissione europea di redistribuire i profughi tra gli altri Paesi membri e l’obbligo violato da parte di Malta di indicare un porto sicuro. Per questi due motivi la decisione di non autorizzare lo sbarco non era da considerare sindacabile da parte del giudice penale. Il tribunale invece contesta al vicepremier il sequestro di persona aggravato nei confronti dei migranti della nave Diciotti. Il ministro viene accusato di “aver abusato dei suoi poteri”. “I giudici facciano i giudici, i ministri fanno i ministri ed esercitano i loro poteri“, ha replicato Salvini. La Procura di Catania, in ottemperanza alla decisione del tribunale, ha ora inviato al Senato l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro e gli atti relativi all’inchiesta.

Salvini: “Ci provano. Ora la parola passa al Senato”
“Ci riprovano, torno ad essere indagato per sequestro di persona e di minori, con una pena prevista da 3 a 15 anni. Manco fossi uno spacciatore o uno stupratore”, ha commentato Salvini in diretta Facebook. “Ora la parola passa al Senato e ai senatori che dovranno dire si o no, libero o innocente, a processo o no – ha proseguito – Sono sicuro del voto dei senatori della Lega, vediamo come voteranno tutti gli altri senatori, vedremo se diranno che Salvini è colpevole“. In realtà, il Senato non decide su innocenza o colpevolezza, ma dovrà votare l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro.

Poi Salvini ha aggiunto: “Riunione il 7 dicembre e comunicazione il 24 gennaio”, applaudendo verso la telecamera. “In un’azienda qualunque qualcuno dovrebbe dare le dimissioni”. “Chiedo agli italiani se ritengono che devo continuare a fare il ministro, esercitando diritti e doveri, oppure se devo demandare a questo o a quel tribunale le politiche dell’immigrazione. Le politiche dell’immigrazione le decide il governo, non i privati o le Ong, se ne facciano una ragione”, ha continuato il ministro dell’Interno definendosi “colpevole” per il caso Diciotti. “Lo ammetto, lo confesso e lo rivendico, ho bloccato lo sbarco. E mi dichiaro colpevole dei reati nei mesi a venire, perché non cambio. Rispetto il lavoro dei giudici ma serve chiarimento”.

La storia dell’indagine sui migranti trattenuti sulla nave
L’inchiesta sul leader della Lega per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio – e inizialmente anche sul suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi – era stata aperta dai magistrati di Agrigento. Il procuratore Luigi Patronaggio riteneva, infatti, che il reato fosse stato commesso mentre la nave Diciotti si trovava nelle acque di Lampedusa. Ipotizzando il coinvolgimento di un esponente dell’esecutivo, Patronaggio era stato costretto a passare la carte a Palermo che, come prevede la legge, mandò tutto al locale tribunale dei ministri. Il 18 ottobre scorso, quindi, il tribunale dei ministri del capoluogo siciliano si era spogliato del caso restituendo gli atti alla procura. Il motivo? Si era dichiarato territorialmente incompetente a indagare.

Il tribunale dei ministri di Palermo incompetente – Quello della competenza era il primo nodo da sciogliere. In via preliminare dunque i magistrati hanno stabilito che la presunta condotta illecita del ministro sarebbe partita nelle acque di Catania, dove la Diciotti è stata ferma per giorni in attesa del via libera allo sbarco dei profughi. E non quindi nel mare di Lampedusa, dove alcuni migranti in precarie condizioni di salute venne fatto approdare per quello che evidentemente i magistrati hanno ritenuto un mero scalo tecnico. Il presidente del tribunale dei ministri Fabio Pilato aveva comunicato di aver “portato a compimento le proprie attività” e “di avere rimesso gli atti al procuratore della Repubblica di Palermo” Francesco Lo Voi “per l’ulteriore corso a seguito di declaratoria di incompetenza territoriale”. Lo Voi , dunque, aveva inviato le carte ai colleghi di Catania. Che aveva chiesto l’archiviazione. Respinta dal Tribunale dei ministri che chiedere di potere procedere nei confronti del responsabile del Viminale.