Lo scorso agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è guadagnato la ribalta negando lo sbarco a 177 migranti che erano stati soccorsi durante la traversata del Mediterraneo ed erano stati portati in salvo in acque italiane dalla nave Diciotti della guardia costiera. Il diniego allo sbarco non ha generato solo un caso politico. Dopo l’attracco al porto di Catania, con i migranti sempre bloccati a bordo, la Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta contro ignoti, ipotizzando l’accusa di sequestro di persona. Una notizia a cui lo stesso ministro ha reagito intestandosi la responsabilità del sequestro: “Mi chiamo Matteo Salvini, non sono ignoto, processatemi pure”. La cronaca racconta che i migranti scesero. Prima solo i minori e le donne. Poi tutti gli altri.

A distanza di qualche settimana a Salvini viene notificato l’avvio delle indagini a suo nome e, il 1 novembre arriva invece la richiesta di archiviazione. A gennaio il colpo di scena: il tribunale dei ministri di Catania chiede il processo per Matteo Salvini e il caso Diciotti torna d’attualità. Il ministro si mostra prima baldanzoso, ribadendo in più di un’occasione di non temere il processo e di non avere bisogno di aiutini, rispettoso del giudizio dei senatori (che dovranno discutere e votare in merito all’autorizzazione a procedere). Il 29 gennaio Salvini scrive una lettera al Corriere della Sera nella quale esprime apertamente l’auspicio che il Senato neghi l’autorizzazione a procedere, chiudendosi poi in un temporaneo No comment.

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