Maria Luigia Redoli aveva 80 anni ed è morta ad Arezzo per complicazioni renali. Un nome che non dice nulla ai più perché la donna era conosciuta come la Circe della Versilia. Trenta anni fa finì sulle prime pagine dei giornali per l’assassinio del marito, il mediatore immobiliare Luciano Iacopi, 69 anni. L’uomo fu colpito con 17 fendenti, nel garage della loro villa di Forte dei Marmi, una notte d’estate del 1989. La Redoli fu condannata dalla Cassazione insieme al suo amante di allora, il giovanissimo Carlo Cappelletti. Bella, appariscente e libera la donna diventò oggetto della curiosità della stampa. Che non potè non raccontare che lei si presentò al funerale del marito con una gonna attillata e leopardata.

Assolta, insieme all’amante, in primo grado, fu invece condannata con lui all’ergastolo dalla Corte di appello di Firenze, sentenza confermata poi in Cassazione. Dopo aver scontato 24 anni di carcere, Maria Luigia uscì dal carcere nell’aprile del 2015: il giudice le aveva accordato la libertà condizionata e lei si era stabilita ad Arezzo con il suo nuovo marito. Aveva sempre proclamato la sua innocenza, arrivando a chiedere la grazia all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, richiesta alla quale i suoi figli, Diego e Tamara, insieme a lei la notte del delitto, si opposero pubblicamente.

Il delitto nel luglio del 1989: l’omicidio e poi la discoteca
La notte tra il 16 e il 17 luglio del 1989, di ritorno dalla discoteca La Bussola, Maria Luigia Remedi, allora cinquantenne, i suoi figli, Diego e Tamara, rispettivamente 14 e 18 anni, e il suo amante, Carlo Cappelletti, 23, arrivarono alla villa che lei condivideva con il marito, trovandolo riverso a terra nel garage, in una pozza di sangue: per lui non c’era più niente da fare. Così Maria Luigia chiamò immediatamente i carabinieri per dare l’allarme. Per l’accusa, invece, era stata lei, d’accordo con il giovane amante, a uccidere il marito. Il movente? L’eredità, quel patrimonio da 7 miliardi di lire che lui custodiva e che di recente le aveva sottratto, pretendendo la divisione dei beni.

A costituire una “prova” della colpevolezza della Remedi, sarebbero state le quattro mandate con cui era stata chiusa la porta in cima alle scale che dal garage conducevano in casa. La vittima non aveva le chiavi con sé, quindi, secondo l’accusa, sarebbe stata attratta in garage dalla moglie e dal giovane amante e qui uccisa a coltellate. Poi i due sarebbero saliti in casa per pulirsi dal sangue, avrebbero chiuso la porta per errore e sarebbero tornati in discoteca con i figli di lei, a ballare e divertirsi.

L’arresto e la sparatoria
Quando, nel 1991, dopo la sentenza di Cassazione, i carabinieri vennero a prelevarli nella loro casa di Forte dei Marmi, sulla provinciale, per il “fine pena: mai”, i due conducevano una vita apparentemente tranquilla: lei cucinava, lui faceva le parole crociate. Era calmo, Cappelletti, “troppo”, secondo i suoi avvocati. Infatti, la sua rabbia, o disperazione, esplose tutta d’un colpo, quando puntò un pugnale alla gola di un carabiniere. Nella concitazione, riuscì a strappargli pure la Beretta d’ordinanza, facendo partire dei colpi. Il tutto testimoniato in diretta da un giornalista di Visto che si era accaparrato l’esclusiva. Poi, l’ultimo gesto estremo: Cappelletti sfuggì alla presa dei carabinieri che cercavano di fermarlo e si lanciò dalla finestra, giù per cinque metri, fino a stramazzare sul prato, grave, ma vivo.

La morbosità della televisione e della stampa
Le inchieste e gli approfondimenti televisivi su questo caso si sprecarono. Voci non verificate e maldicenze furono presentate talvolta come certezze. Memorabile la puntata che Corrado Augias dedicò al caso, con il programma Rai Telefono Giallo. Era il 1991 e in studio il giornalista esibì un modello della villetta del delitto. Ospite in studio, anche la collega, esperta di delitti, Franca Leosini. “(La vittima, ndr) potrebbe avere avuto molti nemici, ma la voce più insistente che corre è che lui prestava denaro a interesse, e indubbiamente era un usuraio, certamente, tant’è che si dice che nei tavoli di Versilia, nella notte del delitto, molti tappi di champagne allegri sono saltati. È chiaro che nessuno mai si è fatto avanti per dire che era indebitato con Iacopi, perché sarebbe equivalso a candidarsi nella rosa dei possibili autori del delitto”, affermò Leosini. In collegamento, c’erano anche la Circe e il suo amante. “Signora, devo farle una domanda: voi condividevate la stessa stanza da letto?”, chiese poi Augias alla Redoli, a proposito della sua vita coniugale.

“Un processo grottesco in un’Italia bigotta”
“È sempre mancata la prova madre, quella che inchiodava. C’erano una miriade di indizi, ma nessuna prova schiacciante”, commenta al fattoquotidiano.it Claudio Vecoli, giornalista del Tirreno che ha seguito la vicenda. “Era colpevole? Non lo so. Se lo sapessi, non glielo potrei dire, non glielo vorrei dire” dichiara l’avvocato Graziano Maffei, all’epoca tra i difensori della Redoli, dei suoi due figli e di Cappelletti. Ma il legale, oggi difensore di alcune parti civili nel processo per la strage di Viareggio, ha alcune certezze. “Sono sicuro che sono stati condannati senza prove. La sentenza di condanna è un esempio di travisamento dei fatti, di illogicità, di contraddittorietà della motivazione. Il fatto questa sentenza sia stata confermata dalla Corte di Cassazione non sposta di un millimetro il mio giudizio negativo”.

Maffei è convinto pure che a orientare i media e l’opinione pubblica fu soprattutto un aspetto. “Quella era sicuramente un’Italia diversa, un’Italia ancora abbastanza bigotta. Era un’Italia nella quale l’immagine di una donna che aveva una relazione, o forse aveva avuto più di una relazione extraconiugale, era già una donna da guardare con qualche pregiudizio, di sicuro. Per questo nella corte di Lucca, quella che assolse in primo grado, c’erano due giudici popolari di Viareggio, due persone colte, laureate, che, sono sicuro, dettero un grosso contributo di laicità e lucidità nella valutazione”, sostiene il legale. Fu l’esperimento delle automobili, a dare una svolta al processo nel secondo grado, dove la pubblica accusa fu sostenuta da Piero Mocali, “un grande magistrato”, lo ricorda Maffei. “I giudici della Corte d’appello di Firenze si sono basati sulla rilevanza dell’esperimento che venne fatto con le automobili, per verificare se, dopo l’omicidio, il gruppo dei quattro ce l’avesse fatta ad arrivare in pochi minuti fino alla Bussola di Focette, partendo ovviamente dalla casa di Forte dei Marmi dove il delitto venne commesso. Questo esperimento fu fatto all’inizio dell’autunno, con le strade deserte. Non c’era nessuno. Invece la notte dell’assassinio, era estate e la Versilia era il luogo più affollato del mondo. Questo esperimento non avrebbe dovuto avere il minimo significato davanti a una Corte di Assise, invece, nella sentenza di condanna, a questa cosa grottesca venne data un’importanza sostanzialmente decisiva”, ricorda Maffei, che, prima del caso Circe, aveva lavorato per anni a Palermo ai primi due gradi del maxi processo alla mafia.

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