di Eugenio D’Auria*

Le convulse vicende parlamentari della legge di bilancio hanno relegato ancor più le tematiche di politica estera in una posizione secondaria, seguendo una consolidata prassi, non soltanto italiana. Superato tale scoglio sarà interessante vedere se la scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo influenzerà il dibattito tra i partiti e, più in generale, nel Paese: ve ne sarebbe davvero bisogno, considerato che il ruolo occupato nel consesso internazionale ha una diretta e non trascurabile influenza sugli assetti economici nazionali.

L’appartenenza, infatti, al G7 e al G20, come anche il ruolo quale membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non è qualcosa di puramente onorifico: si tratta invece di assumere un ruolo di primo piano per difendere i propri interessi e far avanzare le proprie proposte. A condizione, naturalmente, di disporre di una consolidata capacità di analisi. Tale considerazione è particolarmente valida in ambito europeo, allorché i processi decisionali seguono procedure complesse e articolate, per le quali vi è bisogno di un meccanismo che coinvolga tutte le strutture dei Paesi membri, dalla fase della formulazione delle proposte a quella della valutazione dei risultati.

Sotto questo profilo appare quindi del tutto superficiale e fuorviante il dibattito intorno alla superiorità di un approccio muscolare rispetto a quello dialogante: le decisioni che il Consiglio europeo è chiamato ad assumere sono frutto di una procedura che prevede passaggi successivi, tutti dipendenti l’uno dall’altro. Al momento della decisione finale i margini di manovra sono particolarmente esigui, e fermare il processo è di fatto impossibile a meno di non avere la capacità di porre un veto e, soprattutto, di essere capaci di reagire alle inevitabili ritorsioni che gli altri Paesi membri e la stessa Commissione possono porre in essere.

Di qui l’esigenza di costruire alleanze con Paesi che presentano affinità di posizioni con le nostre, al fine di disporre di un maggiore peso negoziale soprattutto al momento dell’impostazione dei programmi. Potrebbe quindi essere utile cogliere lo spunto delle elezioni europee per tracciare le linee guida di un’azione europea più rispondente alle nostre priorità. Vi sono state sempre critiche serrate alla mancanza di iniziative unitarie europee nel campo della politica estera. Quale momento migliore della scadenza elettorale di maggio per ravvivare il confronto su tale tematica in un momento in cui uno dei principali oppositori a tale crescente coordinamento, il Regno Unito, è tagliato fuori dalla discussione?

È noto a tutti che l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza non ha poteri reali ed è ostaggio dei veti contrapposti dei governi nazionali. Infatti, nonostante il positivo apprezzamento riscosso da Federica Mogherini per il suo operato, l’Ue non è ancora percepita come un organismo coeso per le iniziative di politica estera. Il caso delle Nazioni Unite è ancora più delicato per i risvolti politici legati alla partecipazione ai lavori del Consiglio di sicurezza; da decenni è allo studio una riforma del massimo organismo onusiano, che potrebbe avere effetti per noi penalizzanti qualora dovesse prevalere la proposta sostenuta da Germania, Giappone, India e Brasile.

Con un’azione di contrasto ispirata intelligentemente non a una contrapposizione frontale ma a un confronto sulle finalità del processo riformatore, l’Italia è riuscita sinora a mantenere una posizione di stallo, con il consenso di molti Paesi timorosi di favorire l’instaurarsi a New York di meccanismi decisionali ancora più elitari di quelli ora in essere. Il successo dell’azione italiana è da ascrivere essenzialmente al capitale di credibilità accumulato con le nostre iniziative di cooperazione sino agli inizi degli anni 90 del secolo scorso, e con l’azione dei nostri tecnici e maestranze, sempre caratterizzata da un approccio privo di quel senso di superiorità che ispira invece operatori di altri Paesi.

La drastica riduzione dei nostri fondi destinati alle iniziative nei Paesi in via di sviluppo ed estemporanee azioni ispirate a motivazioni di politica interna stanno riducendo il capitale di cui abbiamo sinora goduto; è un elemento di cui dobbiamo tener conto nell’elaborazione della nostra agenda di politica estera. La tassa dell’1,5% sulle rimesse dei lavoratori stranieri verso i Paesi di origine è un esempio emblematico di un’iniziativa che può produrre effetti negativi di portata nettamente superiori ai benefici immediati.

Un’ultima annotazione riguarda la nostra posizione nel Mediterraneo, al centro di fratture politiche, economiche e sociali di ampia portata. Una nostra iniziativa appare indispensabile a evitare il ripetersi di sterili contrapposizioni con la Francia e/o l’Egitto. I risultati della recente Conferenza di Palermo sulla Libia sono stati giudicati deludenti. Va invece sottolineato come il sostegno all’azione delle Nazioni Unite sia stato utile a porre un freno alle ambizioni francesi e alle ingerenze eccessive di Paesi estranei al consueto quadro regionale. Se vogliamo davvero colmare il buco nero costituito dalla Libia, occorre utilizzare al meglio le risorse di cui disponiamo, costituite non soltanto dai ministeri degli Esteri, della Difesa e dell’Interno, ma anche da altre amministrazioni pubbliche, da associazioni di categoria, da imprese e da rappresentanti del terzo settore. Un’azione concertata è l’unica strada per aiutare gli amici libici a uscire dal ginepraio nel quale si dibattono.

* Già ambasciatore in Arabia Saudita