Datemi uno sfondo lucano e vi rifaccio i “quattro moschettieri”. Giovanni Veronesi riprende il mano il mito del cinema di genere e Alexandre Dumas padre si fa un pisolino. Capita anche nelle miglior famiglie, e tra i più bravi autori di commedie all’italiana (Manuale d’amore, e tutto il Nuti dal’85 al ’90).  Moschettieri del re – La penultima missione è un film coenianamente che non c’è, che non è pervenuto nonostante la storia proceda per un’ora e tre quarti. La regina Anna (Margherita Buy) cerca di far tornare in servizio quattro moschettieri reali ritiratisi da tempo, ovvero D’Artagnan (Pierfrancesco Favino), Porthos (Valerio Mastandrea), Athos (Rocco Papaleo) e Aramis (Sergio Rubini), per contrapporsi alle sotterranee trame del cardinal Mazzarino (Alessandro Haber). E ci fermiamo qui, perché andare oltre nella storia sarebbe complicato.

TANTA CAPPA, POCA SPADA, È SOLO PARODIA. I buchi di scrittura amplificano il fatto che non c’è materia su cui costruire l’epica, guascona e farsesca finché si vuole. Indecifrabile il garbuglio di trama (che fanno esattamente i moschettieri in un’ora di film? Chi è in pericolo per cosa?), inverosimili le caratterizzazioni secondarie (la Solarino maschio bastava anche solo qualche accorgimento di trucco, ma niente), assurda l’entrata in scena di Mazzarino/Haber che appare distrattamente ad un tavolo senza nemmeno essere presentato (davvero questo è uno svarione grosso come una casa). E da qui è tutto un effetto domino. Tanta cappa e poca spada. Costumi che osano con tocchi pop (gli occhialetti stilosi alla Elton John) ma avventura zero. E soprattutto una volontaria e reiterata assenza di pathos per l’incolumità degli eroi spadaccini, che si vedono raramente combattere di spada, quando invece l’attenzione è per una risata che derivi soltanto dalla parodia molto televisiva dei personaggi originari e il tutto venga sublimato da un finale avulso al resto dell’opera. Moschettieri del re – La penultima missione vive così di piccoli sussulti/trovate come la Prisencolinensinainciusol di Celentano sparata a mille sull’entrata a palazzo dei moschettieri (roba di un minuti uno) o della gag della vendetta di Milady (qui il ruolo del servo muto che assiste i protagonisti finalmente sprigiona demenzialità pura).

LUCANIA MON AMOUR. L’impressione generale oltretutto è quella di un film privo di grande budget. O forse di un’opera con un budget gestito in modo disarmonico. Dal primo all’ultimo minuto dietro ai primi piani, alle figure intere dei quattro moschettieri (più regina e Ancella), il set non è costruito. Nemmeno a metterla con gli scenari di cartapesta teatrali alla Ophuls. Poi, appunto, quando la cinecamera mostra lo sfondo, i comprimari, la massa delle scene di massa, si è di fronte a qualcosa di così approssimativo da creare un filo di imbarazzo. L’importante, come sempre, da quando le film commission regionali offrono agevolazioni produttive (qui Lucania, passo e chiudo) è però mostrare la splendida cornice. Allora ecco le lunghe carrellate aeree sulle cavalcate dei moschettieri come fosse uno spot d’automobili.

TUTTI PER UNO E UNO PER TUTTI, TANTO… L’attesa per le performance degli attori non è poi il dato che delude di più. Nonostante Veronesi abbia sempre raccontato che l’ispirazione per una versione italiana dei quattro moschettieri l’avesse avuta negli anni ottanta con davanti agli occhi Carlo Verdone, Massimo Troisi, Francesco Nuti, e Roberto Benigni, il quartetto 2018 non è proprio da buttare via. Se all’occhio salta il franco/italiano sgangherato di un Favino/D’Artagnan stupidello, tra la sessualità gender fluid poco sfruttata di Papaleo/Athos e il puntiglio categorico del segaligno Rubini/Aramis, il migliore è probabilmente il dinoccolato Porthos/Mastandrea che taglia e cuce un minimo di volgare dozzinalità da epoca storica pertinente e ha l’onore di esibire la vecchiaia conclamata del quartetto (non Cetra). Dimenticavamo le citazioni (tante) più o meno evidenti: dalla mano tagliata sul ceppo di Robin Hood – Principe dei ladri alla dimostrazione delle innovazioni tecnologiche in dotazione ai protagonisti di un qualsiasi 007, fino alla clamorosa rievocazione de La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani sul finale.

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