Sarebbe avventato proporre un giudizio su una legge che ancora non è stata approvata, così come occorre avere molta cautela nel commentare una vicenda nella quale la componente politica e quella economica sono di fatto indistinguibili: a questo link, il video di una discussione abbastanza equilibrata sul tema. Tuttavia è possibile individuare almeno tre punti fermi che dovrebbero essere portati all’attenzione di tutti quelli che vogliono farsi un’idea obiettiva sulle vicende che hanno portato il nostro Paese a rischiare una procedura per infrazione, il governo Lega-M5s a rivedere alcune delle proprie posizioni e il Parlamento a dover approvare in fretta e furia un maxiemendamento alla legge di bilancio:

1. Il governo ha rivisto al ribasso le proprie previsioni di crescita e ridimensionato l’obiettivo di deficit riducendolo dal 2,4 al 2% (i 4 centesimi sono un elemento di marketing perché si trovano oltre la soglia dell’arrotondamento applicato in genere);

2. L’andamento di variabili macroeconomiche come crescita del Pil e disoccupazione osservato oggi non è stato ancora influenzato dai pochi provvedimenti posti in essere da questo governo (forse sul rinnovo di alcuni contratti c’è stato un effetto negativo dovuto al decreto dignità, ma non è possibile dirlo con certezza);

3. Il compromesso finale tra le misure bandiera (reddito di cittadinanza e quota 100) e le risorse effettivamente disponibili risulterà deludente nei confronti delle prime e dannoso per la collettività con riferimento alle seconde.

Sul punto 1 si può osservare che la scelta del governo di insistere su ipotesi irrealistiche di crescita e su saldi di finanza pubblica incompatibili con gli impegni presi sulla riduzione del debito ha già causato danni rilevanti alla collettività. Gli operatori economici reagiscono in base alle aspettative e dunque hanno richiesto un premio aggiuntivo per il rischio (misurato dallo spread tra Btp e Bund) associato al nostro Paese, con conseguente aumento del costo di indebitamento. Lo Stato italiano e le aziende che si trovano nella sua giurisdizione (notevole l’esempio del bond da 3 miliardi emesso di recente da Unicredit) hanno dovuto riconoscere interessi più elevati sui titoli collocati dopo l’insediamento del governo: questo si tradurrà in un aumento delle imposte e/o nella necessità di tagli alla spesa pubblica per il primo e, verosimilmente, in un aumento dei prezzi praticati ai consumatori finali per le seconde. Dunque la semplice prospettiva di una politica che si è già provata sbilanciata (il governo ha deciso di rivederla) comporta maggiori imposte, minori servizi e prezzi più alti per i cittadini italiani.

Sul punto 2, chiarite le evidenti responsabilità dell’esecutivo attuale e spiegato come siano stati già osservati degli effetti dovuti alle politiche prima annunciate e poi, in parte, ritrattate, è opportuno ribadire come le variabili macroeconomiche, soprattutto crescita e disoccupazione, necessitino di un certo intervallo temporale per reagire alle misure poste in essere dal governo. Dunque, a questo proposito, il governo Lega-M5s si è insediato da troppo poco tempo e finora ha fatto troppo poco per essere considerato responsabile dell’andamento dell’economia osservato o previsto tra la fine di quest’anno e la prima metà del prossimo. Va inoltre evidenziato come il quadro di insieme, caratterizzato da rilevanti squilibri come un livello di debito rispetto al Pil pari al 130%, costituiscono un’eredità dei governi precedenti.

Sul punto 3, in base a quanto è trapelato finora, si può osservare come l’insistenza su un programma politico che da più parti era stato qualificato come incompatibile con le risorse disponibili porterà con ogni probabilità a un compromesso penalizzante per tutti. Constatato che i fondi per finanziarle non c’erano, reddito di cittadinanza e quota 100 si tradurranno in misure prettamente cosmetiche: il primo vedrà (se mai realizzato) un importo molto inferiore a quanto inizialmente prospettato, criteri di accesso più stringenti e difficoltà operative di implementazione (se si bloccano le assunzioni nella Pa non si possono staffare i centri per l’impiego), la seconda comporterà un sacrificio in termini di importo percepito da parte dei pensionati anticipati (si parla di circa il 25%) tanto elevato da ridurre drasticamente la convenienza.

A fronte di provvedimenti così edulcorati, onde mantenere il percorso di consolidamento delle grandezze di finanza pubblica, si prospettano oneri molto rilevanti: incrementi sull’Iva nell’ordine di 23 miliardi per il 2020 e 29 miliardi per il 2021, aumento delle accise dal 2020, blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione, maggiori oneri per le imprese che perderanno alcune agevolazioni fiscali esistenti e per i pensionati che vedranno ridotto l’adeguamento degli importi all’inflazione.

In sintesi, pur non avendo i dettagli, si può dire che la scelta del governo di insistere su misure sprovviste di copertura finanziaria si sia già infranta contro gli scogli della realtà e abbia già causato danni tangibili a tutti i cittadini a causa dell’accresciuto rischio Paese e delle ripercussioni che questo avrà sulle future imposte, sui prezzi pagati dai consumatori e sugli investimenti delle imprese.

Per il resto le prospettive appaiono tutt’altro che rosee a fronte di un peggioramento della congiuntura a livello globale, della fine del quantitative easing, che influenzerà al rialzo il costo del debito pubblico italiano e più in generale del permanere di tutte le principali debolezze che caratterizzano la struttura del Paese dalla fiscalità eccessiva e disfunzionale, alla bassa produttività, all’inefficienza dell’apparato statale: nessuna delle quali sembra al momento rientrare tra le priorità del governo.

@massimofamularo 

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