Più che un cucchiaio di zucchero è un “ovosodo” che non va né su né giù. Il ritorno di Mary Poppins, il sequel targato Disney del classico zuccheroso di Robert Stevenson del 1964, è una di quelle operazioni di recupero della memoria cinematografica davvero indigesta. “Arrivederci Mary Poppins non stare via molto”, diceva Bert/Dick Van Dike sul finale della matrice di quella che speriamo non diventi una serie dagli infiniti ritorni. E la buona vecchia tata magica dal linguaggio non-sense ci ha messo sul serio 54 anni prima di tornare. Ancora giù dal cielo, ancora in viale dei Ciliegi 17, ma questa volta negli anni trenta del novecento (là era a fine ottocento), perché ad avere bisogno di una nuova bambinaia sono i tre piccoli figli dell’allora piccino Michael, ora diventato grande (Ben Whishaw), rimasto vedovo, qui in scena con la sorella piccina di allora oggi diventata un’adulta impegnata politicamente (Emily Mortimer).

In mezzo, un accidenti di problema economico con la banca per Michael che lì lavora come suo padre, e un lampionaio (Lin-Manuel Miranda) come sempre piuttosto impiccione alla stregua dello spazzacamino Bert (Van Dyke, che qui torna a recitare nei panni del vecchio proprietario della banca). Il ritorno di Mary Poppins, regia di Rob Marshall, è, prima di ogni altra cosa, un film senza idee e senz’anima. Una caricatura ridondante delle iconcine dell’epoca che gira continuamente a vuoto specchiandosi di continuo con l’originale come se, da questo, dovesse spremere l’intero significato della propria presenza sul mercato natalizio 2018.

Marshall recupera tutto il recuperabile, personaggi secondari, set, tonalità cromatiche, solo che se un marziano scendesse sulla terra domani ed entrasse in un cinema a vedere il film non potrebbe che catalogarlo tra uno dei tanti scontati musical performativi “in costume” di oggi. Là dove il film di Stevenson cercava, magari anche con risultati dolciastri e stucchevoli, il buffo, il magico, il naif, oggi Marshall spiana la strada ad una sintesi antico/moderno patinata, superficiale, noiosa, priva di guizzi d’animazione, dove lo stupore primigenio per la tata che scende dal cielo e inventa parole improbabili o danza in mezzo ai pinguini (impossibile ricreare questi spunti o trovarne aggiornamenti credibili) viene sostituito da meccanici numeri modello Broadway dei pulisci lampione versione freestyler in BMX o da imbarazzanti comparsate come quella “sottosopra” di Meryl Streep.

L’encefalogramma è piatto poi su tutta la linea. La Mary Poppins di Emily Blunt meriterebbe una scarica di energia da milioni di volt. Non basta uno sguardino, oltretutto malizioso, più da film erotico che da film under 18, da sotto il cappello, per riesumare l’affabile ricordo di Julie Andrews. La Blunt (peraltro ottima attrice vedi Sicario o A quiet place) non riesce ad indossare quegli abiti di scena, a riprodurre quella scheggia asessuata e fantastica che era la figura della tata nel film del ‘64. Il risultato è, appunto, una tizia vestita con abiti sgargianti che saltella qua e là tra un esangue Whishaw, qui in modalità triste Winnie the Pooh, e comprimari tarantolati, ovvero un Miranda inutilmente irrefrenabile (pur proveniente da un successo di Broadway come Hamilton). Di fondo rispetto a questa Mary Poppins 2018 meglio cento volte la Mrs. Doubtifire di Robin Williams. Ed è tutto dire.