Vivendi passa all’attacco su Tim. Proprio mentre il governo dà il via libera alla norma che incentiva la creazione di una rete unica nazionale, si riaccende lo scontro fra i soci dell’ex Telecom Italia (oggi Tim) in una partita che rischia di allungare i tempi per cablare il Paese. Il socio francese, controllato da Vincent Bolloré, ha chiesto ufficialmente la revoca di cinque consiglieri legati al fondo Elliott, proprietario del 8,8 per cento dell’ex monopolista della telefonia italiana. Nella lista non compare il nome del nuovo amministratore delegato, Luigi Gubitosi, ex commissario straordinario dell’Alitalia. Ma ne fanno parte il presidente Fulvio Conti, Alfredo Altavilla e Paola Giannotti, Dante Roscini e Massimo Ferrari. Secondo Vivendi i cinque componenti del cda andrebbero rimossi perché non sono indipendenti. Conti, in particolare, è accusato scrive l’Ansa – di essere alla “regia del golpe” (parole usate nella relazione con cui viene chiesta l’assemblea) per destituire l’ad Amos Genish.  In più, Ferrari avrebbe sostenuto attivamente il ribaltone di Elliott, con il sostegno di Cassa Depositi e Prestiti, nell’assemblea dello scorso 4 maggio. Al loro posto, Vivendi propone l’ex vicedirettore della vigilanza assicurativa Ivass, Flavia Mazzarella, l’ex numero uno di Telecom, Franco Bernabè, l’attuale presidente di Generali, Gabriele Galateri di Genola, il top manager Rob van der Valk e il professore, esperto in telecomunicazioni, Francesco Vatalaro.

A Parigi, insomma, si è scelto di adottare la stessa tattica già sperimentata con successo dal fondo attivista rivale, socio della squadra del Milan in seguito all’uscita di scena dei cinesi cui la Fininvest aveva ceduto il team. L’obiettivo è ribaltare il risultato dell’assise che in primavera ha messo alla porta i consiglieri espressi da Vivendi. Se l’operazione dovesse riuscire, il socio francese, proprietario del 23,94 per cento di Tim, tornerebbe ad avere i numeri in consiglio per scongiurare la separazione della rete dai servizi di telefonia. Il redde rationem non è però dietro l’angolo: nonostante le pressioni di Vivendi, l’assemblea non arriverà prima di febbraio. Tanto più che l’intenzione di Elliott è prendere tempo per arrivare direttamente all’assise di bilancio dell’11 aprile, data in cui Gubitosi presenterà il suo piano industriale.

Intanto i progetti del governo sulla banda larga procedono spediti. E’ ripartita la costruzione del catasto delle reti, il Sistema informativo nazionale federato delle infrastrutture (il Sinfi), che dovrebbe consentire un consistente (fino all’80 per cento) contenimento dei costi di posa della fibra sfruttando cavidotti già esistenti. Il Sinfi era formalmente già esistente, ma solo alcune decine di Comuni un totale di 8100 aveva conferito i dati necessari alla mappatura dei cavidotti. Così, a fine novembre, il ministero dello Sviluppo ha messo intorno ad un tavolo i rappresentanti di alcuni comuni virtuosi per studiare la strategia adeguata a invogliare gli enti locali a collaborare con il Sinfi. Inoltre il ministero guidato dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio ha messo sul piatto 5 milioni per sbloccare l’impasse: “Nel corso della prossima seduta del Comitato, convocata per il 15 gennaio 2019, sarà discusso il regolamento per l’accesso ai dati del Sinfi nonché le proposte di Infratel sull’utilizzazione del fondo di 5 milioni di euro stanziato dal governo per assistere i Comuni nella digitalizzazione dei dati da inserire nel catasto del sottosuolo” spiega una nota del Mise datata 23 novembre.

Infine, nel decreto fiscale è passato l’emendamento a favore della rete unica che ha assegnato all’Agcom il compito di individuare “uno schema di eventuale aggregazione” volontaria “in un soggetto giuridico non verticalmente integrato e wholesale”. La norma ha previsto anche “adeguati meccanismi incentivanti di remunerazione del capitale investito” per gli investitori in fibra. Detta in altri termini, il governo ha deciso di sostenere gli operatori che investiranno attraverso futuri aumenti tariffari adeguati a remunerare gli sforzi per cablare il Paese. In questo modo, l’esecutivo confida di poter arrivare ad avere un’unica rete nazionale in fibra mettendo insieme l’infrastruttura di Telecom con quella di Open Fiber, controllata da Enel e da Cassa Depositi e Prestiti. Le modalità con cui questa operazione avverrà sono però ancora tutte da definire perché ancora si cerca la quadra sul tema del debito e del numero di dipendenti Telecom da trasferire alla nuova società della rete. Per non parlare del fatto che, se l’ex monopolista dovesse davvero separare la rete dalla telefonia, il destino della società di servizi e dei suoi dipendenti sarebbe decisamente incerto .Tutti argomenti che a Vivendi, contraria alla separazione della rete, non piacciono affatto.