La condanna a tre anni rimediata da Michael Cohen in un tribunale di New York potrebbe essere non la fine ma piuttosto l’inizio di una nuova vicenda giudiziaria – con al centro proprio il presidente Donald Trump. Cohen è stato infatti condannato per quello che il giudice William H. Pauley III ha definito “un buffet di crimini”, in particolare pagamenti illeciti per comprare il silenzio delle due donne che accusano Trump. Quello che Pauley ha però detto, nell’aula di un tribunale Usa, è che ci sono “prove preponderanti” sul fatto che sia stato il presidente a spingere Cohen a commettere il crimine.

“Si tratta di una transazione privata”, di un “caso civile”, ha più volte spiegato Trump, per minimizzare la gravità dell’accusa e il suo ruolo nella vicenda. In realtà, l’indagine condotta dagli inquirenti del Southern District of New York punta molto chiaramente proprio su Trump. Gli investigatori hanno infatti garantito l’immunità al direttore finanziario della Trump Organization, Allen Weisselberg, e a David Pecker, amico di Trump e a capo della società che possiede il National Enquirer (fu proprio il National Enquirer a passare a Karen McDougal 150 mila dollari per comprare la sua storia con Trump e poi insabbiarla). Weisselberg e Pecker potrebbero dare agli inquirenti ulteriori prove che fu Trump – o qualcun altro molto vicino a lui – a ordinare i pagamenti a McDougal e alla pornostar Stormy Daniels.

È così che le “prove preponderanti” si trasformerebbero in prove “al di là di ogni ragionevole dubbio” sul fatto che sia stato Trump a dirigere le azioni di Cohen. A quel punto, si aprirebbe un capitolo ulteriore. La dottrina prevalente – confermata peraltro dal Dipartimento alla Giustizia – è che un presidente non possa essere incriminato e messo sotto processo in un tribunale americano. È d’altra parte molto improbabile che il Congresso possa decidere di aprire una procedura di impeachment per un reato come la violazione della legge sul finanziamento della politica. Gli inquirenti di New York potrebbero però aspettare la fine della presidenza di Trump, nel 2020. A quel punto, se il presidente non fosse rieletto, tornerebbe a essere un privato cittadino. E l’accusa – tra le altre – che ha condotto in prigione Cohen potrebbe abbattersi contro Trump.

I rischi che la condanna di Cohen comporta per Trump vanno però molto al di là dei pagamenti a due donne. Cohen ha infatti collaborato con lo special counsel Robert Mueller su diverse altre questioni: in primo luogo, la Trump Organization e i contatti con i russi durante la campagna elettorale. Cohen ha ammesso di aver condotto a nome della Trump Organization, e fino al giugno 2016, trattative con i russi per la costruzione di una Trump Tower a Mosca. In un primo momento, davanti a una Commissione del Senato, l’ex avvocato di Trump aveva spiegato che la trattativa si era conclusa nel gennaio 2016, quindi all’inizio della campagna elettorale. Questo, ovviamente, per liberare il campo dal sospetto di rapporti d’affari tra Trump e i russi (lo stesso Trump durante la campagna elettorale aveva negato che questi rapporti ci fossero). E invece, no. La trattativa per la costruzione di una Trump Tower a Mosca è andata avanti quasi fino alla Convention repubblicana, quando Trump era ormai il candidato in pectore del partito repubblicano.

Cohen ha però detto un’altra cosa molto interessante per gli investigatori. Ha ammesso di aver avuto, nel novembre 2015, una serie di colloqui con un cittadino russo che proclamava di essere “una persone di fiducia” ai vertici della Federazione Russa. Il nome del russo non è stato rivelato, ma quello che si sa è che questi avrebbe offerto aiuto politico alla campagna di Trump, sotto forma di “sinergie politiche”, fino a progettare un possibile viaggio di Trump a Mosca per incontrare Vladimir Putin. La testimonianza rende Cohen l’ennesimo membro del circolo più ristretto di Trump ad avere avuto rapporti con i russi durante la campagna elettorale. Nelle maglie dell’inchiesta sono finiti infatti Michael Flynn, l’ex consigliere alla sicurezza nazionale, che ha dovuto ammettere di aver mentito sui suoi contatti con l’ambasciatore russo; Paul Manafort, che ha avuto contatti con una presunta spia russa, Konstantin Klimnik; Roger Stone e Jerome Corsi, che hanno gestito la vicenda delle mail arrivate a Wikileaks attraverso gli hackers russi; e Donald Jr. e Jared Kushner, figlio e genero di Trump, che hanno preso parte all’incontro con l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya, legata ad ambienti del ministero degli interni russi, nella Trump Tower di New York.

Come si vede, si tratta ormai di qualcosa di più di semplici casi. Il figlio, il genero, il campaign manager, l’avvocato e il principale consulente di politica internazionale di Trump ebbero contatti con i russi durante la campagna elettorale. È probabile che Mueller stia lavorando con i suoi uomini nel collegare i diversi tasselli e le differenti testimonianze. Tra l’altro, proprio Mueller ha raccomandato che Flynn, in attesa di giudizio, non venga condannato a pena detentiva. Flynn ha infatti, durante diciannove interrogatori, collaborato con gli investigatori. Non sappiamo cosa può aver detto, ma è probabile che sia materiale molto interessante per l’inchiesta, tale da non farlo finire in prigione. Su questa e altre testimonianze – che conducono a possibili accuse di collusione e ostruzione della giustizia – Mueller sta costruendo il suo caso contro Donald Trump.

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