Dopo ben 290 anni di soli uomini al comando, la tradizione è stata ‘infranta’ quest’anno a Cuba, con la nomina di Miriam Nicado come rettrice dell’Università dell’Avana, la più antica e importante del paese. La prima donna a ricoprire questo incarico, e per di più di colore. Deputata dell’Assemblea nazionale del Potere popolare, e membro del Consiglio di Stato dell’isola, Nicado ha lavorato fino alla settimana scorsa come rettrice dell’Università di scienze informatiche, creata da Fidel Castro come centro di tecnologia avanzata per stimolare lo sviluppo nazionale di software.

La notizia, diventata virale secondo la stampa locale, è stata una decisione “sostenuta dalla qualità professionale, umana e politica di una persona instancabile, che difende al massimo le sue convinzioni e che è in grado di convincere con il suo parlare pacato e il permanente sorriso”, hanno dichiarato le autorità universitarie. Nelle sue prime esternazioni alla stampa, Nicado ha detto che “dirigere l’Università dell’Avana (Uh) è un impegno per la storia. Qui si sono formati centinaia di patrioti cubani, grandi scienziati e accademici”.

Nata a Sagua la Grande, Villa Clara, nel centro di Cuba, si è laureata in Matematica Applicata all’Università statale di Odessa, nell’ex Unione sovietica. Dal 1991 al 2012 ha ricoperto incarichi presso l’Università di Las Villas, da capo del Dipartimento di Matematica a vice-rettrice. Ha insegnato anche nelle università di Messico, Colombia, Cile, Venezuela, Repubblica Dominicana ed Ecuador. L’Università dell’Avana, fondata nel 1728 dai frati domenicani con il nome di Reale e pontificia università di San Geronimo dell’Avana, oggi raccoglie 19 facoltà di laurea e 12 centri di ricerca.

In generale le donne che ricoprono la carica di rettore nelle università nel mondo sono ancora pochissime. Nella stessa Cuba, lo scorso settembre, Orquídea Urquiola Sánchez è stata chiamata a ricoprire questo incarico nell’Università di Cienfuegos, mentre in Spagna sono 17, anche se nessuna tra gli atenei più prestigiosi. In Italia sono solo 6 su 82 posizioni disponibili secondo la Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane).

Secondo l’analisi 2018 dei ranking delle Università mondiali di educazione superiore del Times Higher Education, solo 34 delle 200 istituzioni più importanti attualmente sono guidate da donne. L’aumento di donne tra le studentesse e coloro che hanno incarichi di docenza non si è tradotto in un corrispondente incremento tra le professoresse ordinarie. In Italia, ad esempio, le ragazze rappresentano più del 50% degli studenti, ma le disparità crescono man mano che si avanza verso posti di responsabilità e potere decisionale.

Le donne rappresentano il 30 per cento dei professori associati, il 20 per cento dei professori ordinari, e solo 6 appunto le rettrici. Del resto è difficile che le cose possano andare diversamente se, come ha rilevato un’indagine della Fondazione L’Oreal, ben sette italiani su dieci sostengono che le donne non possiedono le capacità necessarie per accedere a occupazioni di alto livello in ambito scientifico. E non più di un mese fa il rettore della Normale di Pisa, Vincenzo Barone, aveva detto che “ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo”, con lettere anonime con offese e illazioni dove “si parla di tutto, meno che di preparazione, merito e competenze, soli criteri per valutare un accademico”. La strada da fare è ancora molto in salita.