Una risata roca e travolgente, un’ironia tumultuosa e gentile, uno sguardo intenso e tagliente che sapeva comunicare ogni sfumatura emotiva. Ennio Fantastichini, morto a 63 anni, è stato uno di quegli attori del cinema italiano che ha mostrato una classe immensa senza aver mai avuto un vero ruolo da protagonista. Carattere sanguigno, furore recitativo, militanza politica e schiettezza intellettuale, Fantastichini ha vissuto in quell’angolo visibile di schermo sempre più ridotto all’osso dove il cinema era soprattutto impegno, serietà, emancipazione per chi lo fa e per chi lo guarda.

Un uomo d’altri tempi, si diceva. Sempre sottovalutato, sempre a fare da contorno, sempre a imbellire la torta. Come se non avesse avuto un talento da esprimere in solitaria. Del resto l’aveva affermato parecchie volte Fantastichini. Uno che era stato scelto da Dario Fo (assieme a Claudio Bigagli) per recitare nella celebre Comune della Palazzina Liberty di Milano fresca dei fasti del successo internazionale del Mistero Buffo. Il film formativo, quello del “dopo averlo visto ho deciso di fare l’attore”, è stato Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Gian Maria Volonté. Il maestro, il mentore, l’entità quasi metafisica del cinema italiano degli anni sessanta e settanta. Lo ricorderete tutti l’omicida Scalia/Fantastichini mentre sprezzante urla improperi all’indirizzo del pretore Volonté nel terzo film diretto da Gianni Amelio.

Porte aperte (1990), film mastodontico, tratto da Leonardo Sciascia, con un esordio eccellente come quello di Renato Carpentieri, vede proprio l’attore viterbese dialogare e intrecciare la scena con Volonté. Cosa immaginare di più per chi è al primo vero personaggio su grande schermo che dividere la scena col “maestro”? Inutile girarci attorno: chi ruba la scena a chi in Porte aperte? Siate sinceri. Il doppio Sciascia e il doppio film ancora con Volontè, di cui Fantastichini era amico e con cui condivideva la piscinetta d’acqua gelida che Volonté aveva in giardino dove fare il bagno nudi e tirare cocaina, è un bistrattato Una storia semplice di Emidio Greco (1991). Un paio di sequenze vedono i due attori ancora dialogare fitti, anche se la trama prevede una coralità attoriale più diffusa.

Fantastichini però, era così: sapeva emergere anche in mezzo al caos. In Ferie d’agosto (1994), una di quelle commedie profetiche, lucide e profonde che Paolo Virzì girava negli anni novanta, Fantastichini è Ruggero, un volgarotto bottegaio romano, capo involontario della fazione popolana su una Ventotene diventata improvvisamente scontro tra intellettuali e popolo. “Voi intellettuali v’atteggiate tanto, state sempre a analizzà, a criticà, a giudicà, ma sapete qaul è la verità? È che non ci state a capì più un cazzo, ma da mò!”. Applausi. Risate. Set e politica. Come per tanti. Come per Volonté. Come per Fo. Come per i grandi di fine secolo. Fantastichini lo ritroviamo a supportare la “gioiosa macchina da guerra” dei Progressisti di Occhetto proprio nel 1994, lato Rifondazione Comunista (le cronache riportano assieme a Claudio Bisio, Claudio Amendola e Loredana Berté).

E ancora con una sinistra moribonda, nemmeno un paio di anni fa, eccolo dichiarare durante la presentazione di un Re Lear a teatro di Giorgio Barberio Corsetti: “Tra Movimento5 stelle e Berlusconi voterei sicuramente i 5stelle. Io sono contro la vecchia nomenclatura e credo che abbiamo bisogno di un cambiamento radicale. Purtroppo tutta la vita ho votato contro a qualcuno e non a favore di qualcuno”. Una vita professionale che non ha mai disdegnato l’impegno civile. La questione omosessuale in Saturno Contro (2007) di Ferzan Ozpetek viene affrontata di petto, tra l’altro con una battuta memorabile: “Ma davvero lei è gay?”, “No signora, io sono frocio, io sono all’antica”. Sempre per Ozpetek in Mine Vaganti (2010) è un padre misogino alle prese con un figlio gay. Sui rotocalchi l’attore narra dello scontro con il padre carabiniere. Alla morte di Pasolini, che l’uomo definì “frocio di merda”, Fantastichini che non aveva nemmeno quindici anni se ne andò da casa.

“A 12 anni sono stato molestato e ho ricevuto avance maschili. Mi toccavano, dicevano: vieni a dormire da me. Il fatto è che nell’innocenza di quegli anni ero un po’ imbarazzato a essere duro, a dire ciò che non mi piaceva. Magari quello era un regista, come un colombiano che era innamorato perso, allungava la mano e dovevo riuscire a sottrarmi con gentilezza. Come tutti, qualche esperienza l’ho avuta. Per la mia generazione dire di no era borghese, dovevi essere disponibile dal punto di vista mentale, ma quelle 2-3 volte che è successo non mi sono trovato”. E ancora quell’approccio schietto e sincero, quella missione d’attore che attraversava ogni palco: “Io la resistenza la faccio a teatro, imbraccio le parole e cerco sempre di sperimentare: odio le convenzioni, per me il teatro è avventura poetica, e solo nella ricerca teatrale trovo vitalità e freschezza”. Fantastichini era un artista impegnato vecchio stile, con un’idea di cinema, del mestiere della recitazione e dell’arte, di una nobiltà probabilmente estinta: “Lo stato di salute del nostro cinema è pessimo: è un cinema completamente piegato al mercato – spiegava non più di due anni fa – Conta più l’incasso della qualità. Si fanno quattro film importanti l’anno, il resto finiscono in un mucchio di incuria. E così finisce che un film mediocre incassa milioni, mentre un film importante non lo vede nessuno. Andiamo, Checco Zalone non è cinema. Il cinema non è un antidepressivo: è esplorazione, approfondimento, conoscenza”. Ma l’interprete di quell’intonso Giovanni Falcone in tv nel Paolo Borsellino di Tavarelli, o del papà di Fabrizio De André, giusto un anno fa in Principe Libero, aveva anche un’anima delicata e gentile, un cuore immenso di padre (suo figlio Lorenzo ha 22 anni) che ci ha lasciato troppo presto: “Non voglio essere un vecchio pieno di rabbia e di rancore. I bambini sono la nostra unica speranza. Ogni volta che un bimbo sta male, viene ucciso, qualcosa nella nostra civiltà va in pezzi”.

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