Rimbalza da Washington DC una notizia che si sbaglierebbe a lasciar cadere in fretta nel dimenticatoio, magari bollandola per una storia che arriva da troppo lontano o, addirittura, di fantascienza giuridica e democratica. In un bellissimo articolo su ArsTechnica, rivista online specializzata in tecnologia e dintorni, Joshua Tauberer, un hacker civico, attivista, esperto di open data e open gov – ma in fondo un cittadino come chiunque di noi – racconta la sua emozione nell’aver “corretto” (o almeno contribuito a far correggere) per la prima volta nella sua vita una legge del suo Stato pur senza appartenere a nessun organo legislativo deputato a scrivere o modificare le leggi.

Ecco la storia. Il distretto federale di Columbia, da qualche anno, pubblica le sue leggi su GitHub, la piattaforma che gli sviluppatori usano per scrivere e mantenere il software specie nell’ambito di processi di redazione condivisi ai quali partecipa o può partecipare un’intera comunità di addetti ai lavori. Joshua consultando una di queste leggi si è reso conto che conteneva un errore capace di stravolgerne il senso: il rinvio a una certa disposizione anziché a un’altra. Un evidente errore materiale. Quello che Joshua ha fatto è di disarmante semplicità: si è autenticato sulla piattaforma, nella sostanza facendosi riconoscere, ha corretto l’errore come se correggesse un documento sul proprio computer e ha proposto ai responsabili del servizio, verificata la correttezza della sua modifica, di accettarla e inserirla definitivamente nel testo della legge. Detto, fatto. In una manciata di giorni la legge è stata corretta.

Anche in Italia naturalmente esiste un processo di correzione delle leggi quando risultino affette da un errore materiale. Il processo è regolato da un decreto del presidente della Repubblica datato 1986: “1. Qualora il testo di un atto normativo pubblicato nella Gazzetta ufficiale presenti difformità, rispetto al relativo originale, tali da determinare o avere determinato l’apparente entrata in vigore di norme da esso non previste oppure la mancata entrata in vigore di norme da esso previste, il Guardasigilli ne ordina la correzione mediante pubblicazione nella prima parte della Gazzetta ufficiale di un comunicato che indichi con esattezza quale sia la parte erronea del testo pubblicato e quale sia il testo esatto che debba essere ad essa sostituito, disponendo altresì, se del caso, la ripubblicazione dell’intero testo. 2. La correzione viene ordinata d’ufficio, ovvero su segnalazione di qualunque ufficio pubblico o su istanza di privati”. Senza dire che nel nostro Paese la versione digitale delle leggi pubblicata online sul sito della Gazzetta ufficiale della Repubblica così come su Normattiva, la piattaforma nazionale di documentazione giuridica, ha un valore solo “informativo”.

Su entrambi i siti campeggia, infatti, in discreta evidenza, un messaggio che “segnala che l’unico testo definitivo è quello pubblicato sulla Gazzetta ufficiale a mezzo stampa, che prevale in caso di discordanza”. C’è una distanza siderale rispetto a quanto avviene a Washington. Ma non è solo una questione di regole. È un problema essenzialmente di tecnologia, di accessibilità delle leggi da parte dei cittadini, di vicinanza dello Stato ai cittadini e, soprattutto, di reale volontà dello Stato di coinvolgere attivamente i cittadini nei processi che riguardano le loro vite a cominciare dal processo più importante di tutti che è quello normativo. A Washington sono bastati pochi click e una manciata di giorni per mettere a posto, in modo trasparente, efficiente e partecipato l’errore in una legge. Per un Joshua italiano, far arrivare la sua segnalazione a destinazione sarebbe più difficile e il risultato (nel migliore dei casi) meno immediato e (certamente) assai meno trasparente perché nessuno saprebbe nulla della sua segnalazione, né potrebbe tracciarne l’evoluzione.

E non serve ricordare l’interminabile serie di conseguenze negative che la non trasparenza del processo di produzione e gestione normativa può produrre in una democrazia: quando pochi hanno un accesso privilegiato a regole destinate a incidere sulla vita di molti, indebiti vantaggi competitivi, clientele e amicizie almeno inopportune minacciano inesorabilmente di hackerare la vita democratica di un Paese. Per rendere più democratico – e forse prima ancora e più semplicemente – più efficiente il nostro Paese basterebbe schiacciare il piede sull’acceleratore della trasformazione digitale e anche senza pensare a riforme costituzionali che ridisegnino ruoli e funzioni del processo legislativo, iniziare a rendere accessibile, usabile, a portata di click il processo di produzione normativa e quello di gestione dei relativi documenti.