Chi ha visto la prima serie non può perdersi la seconda. E chi non ha visto nessuna delle due ci rimarrà incollato, perché entrano in gioco gli avvocati. Una in particolare: Kathleen Zellner. Segnatevela. Con Making a Murderer 2 Netflix torna sulla storia giudiziaria di Steven Avery e Brendan Dassey, condannati per l’omicidio di Teresa Halbach.

Lei: una ragazza che guadagnava qualche soldo facendo foto alle auto in vendita.
Loro: un uomo e un ragazzo di 16 anni con evidenti deficit cognitivi.

Siamo in Wisconsin, Midwest. Una famiglia di bianchi, molto al di sotto della middle class. Poveri. Hanno un deposito di auto. Vivono di quello e di poco altro a Manitowoc County, nelle sabbie mobili della provincia americana che più americana non si può, fatta di pettegolezzi, sigarette e poliziotti che usano la divisa come un’arma. Un posto dove è impossibile diventare qualcuno. Per farlo devi andartene via.

La storia: nel 1985 Steven Avery viene condannato per stupro. Un’accusa che si rivelerà infondata, ma nel frattempo lui rimane in galera per 18 anni. Esce nel 2003 e fa causa alla contea per essere stato rinchiuso da innocente. Chiede 36 milioni di dollari di risarcimento. Non vedrà un soldo perché due anni dopo finisce di nuovo in galera. Ergastolo, fine pena mai per la morte di Teresa Halbach, 25 anni. Uccisa, squartata e bruciata. Con lui finisce dentro anche Brendan, il figlio di sua sorella Barb. Non si tratta di un sedicenne come tutti gli altri, ma le sue difficoltà vengono ignorate dall’accusa e dai giudici della contea. Ha limiti evidenti, un QI sotto la media. La pressione psicologica degli investigatori, che alludono a vaghe promesse di libertà se racconta cosa è successo, lo spingono a confessare di essere complice dell’omicidio. Condannato all’ergastolo, con possibilità di libertà condizionata nel 2048.

Con la prima serie di Netflix il loro caso fa il giro del mondo. Sembra un film, ma è tutto vero. I dubbi sono tanti, sempre di più: la condotta degli investigatori, la narrativa dell’omicidio. Testimonianze incongruenti, interrogatori fatti senza avvocati, poliziotti e accusa che sembrano volere solo che Avery finisca dentro un’altra volta e per sempre. Le loro ricostruzioni non sono supportate dalle prove eppure arrivano alla sentenza definitiva senza intoppi. Arriva la seconda serie dove i protagonisti sono gli avvocati post-conviction, quelli che arrivano quando tutto sembra perduto. Per Brendan Dassey c’è la squadra di Laura Nirider, giovane, abile, che ha fatto della sua vita una missione contro le condanne ingiuste di giovani innocenti. La sua confessione è stata estorta, ha violato i principi costituzionali, è la tesi della difesa. Dice di avere scelto di fare l’avvocato da quando ha iniziato a seguire il caso di Brendan. Che deve uscire perché è innocente.

E per Steven Avery arriva un altro avvocato. O meglio, una forza della natura con studio legale a Chicago. È Kathleen Zellner, che più di ogni altro legale negli Stati Uniti ha ottenuto la libertà per chi era stato condannato da innocente. Nel suo curriculum c’è anche Joseph Burrows, che ha salvato dal braccio dalla morte e fatto uscire dal carcere. Era accusato di avere ucciso un agricoltore in Illinois. Zellner dice di difendere un cliente in un post-conviction trial solo quando è certa della sua innocenza.

Per lei Steven Avery non c’entra niente con la morte di Teresa Halbach. Lo dimostra ribaltando prova per prova quello che lo ha incastrato, e dimostrando che quelle prove sono state piazzate da qualcuno. Da buona pragmatica, ridicolizza le accuse di Ken Kretz, il procuratore distrettuale che con la sua voce felpata, anche quando non era più coinvolto nel caso, ha colonizzato i media americani per insistere sulla colpevolezza di Avery. Ignora i periti forensi, quelli consultati all’infinito ma con apparente calma serafica da Zellner per ribaltare l’accusa. Lei, l’avvocato pro bono circondata dalla sua squadra che spulcia nei faldoni del processo, torna sulle prove, ricostruisce nei dettagli la dinamica di quel giorno in cui è morta Teresa Halbach. Una sequenza di fatti che l’accusa non ha mai fornito. Dice che se non sei ossessionato dalla verità di quello che è successo quel lavoro non lo puoi fare.

Zellner parla lentamente, fa capire con chiarezza tutti i passaggi e il funzionamento del sistema giudiziario. Ma è brivido puro. Entra nelle vite di chi è coinvolto nel caso. Capelli lunghi neri che scendono sulle spalle, gli occhi incorniciati da un trucco elegante, rossetto scuro. Smalto impeccabile. Ispira fiducia e terrore insieme. Emozioni sempre sotto controllo anche davanti ai giudici che “ti lasciano perplessa, perché non possono condizionarti psicologicamente”. Sembra che non ci sia niente che possa fermarla. Su Twitter risponde alle domande di chi guarda la serie. Online è diventata un mito, sotto i suoi video su youtube valanghe di tifosi stravolti dal suo metodo e fascino. Umilia l’accusa con la superiorità dei fatti, sezionando le ricostruzioni inconsistenti dei procuratori. E lo fa con un sorriso, lo stesso che arriva quando realizza che quello che ha incastrato il suo cliente è stato costruito a tavolino da qualcuno who is still out there. Ricontrolla tutto quello che i suoi collaboratori trovano su Avery perché lei, dice, non si fida di nessuno. Più che un’inclinazione personale una regola di vita. Un caterpillar voracemente incollato alla realtà. Che non si piega neanche davanti ai no della corte dopo la sua richiesta di revisione fatta di migliaia di pagine, di anni di indagini parallele. Dice che lo Stato vorrebbe che Steven morisse in silenzio, ma lei guarda in camera: andrò avanti fino alla fine per liberarlo. Migliaia di persone la seguono già.

(foto tratta da Facebook)

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