Sagace, ironico, amabilmente vivace come la sua irresistibile musica, ci lasciava oggi, centocinquanta anni fa, la più grande stella dell’opera della prima metà dell’Ottocento, Gioacchino Rossini. Un vero e proprio Napoleone della musica, come ebbe a definirlo uno dei suoi più celebri fan, Stendhal. Rossini – nato a Pesaro nel 1792 e morto vicino a Parigi nel 1868 – ha saputo coniugare l’incredibile dote creativa con l’eccessiva mole produttiva: 5 opere scritte solo nel 1812, 33 composte e rappresentate in 13 anni, dal 1810 al 1823. Una inarrestabile scalata verso l’imperitura celebrità che lo ha visto conquistare, fra gli altri, il più grande e rinomato teatro dell’epoca, il San Carlo di Napoli. Primo vero compositore-divo della storia, primo a venire accolto nelle più grandi corti europee con celebrazioni degne di principi e re (così da suscitare moti di profondo astio persino nelle cerchie beethoveniane), la fama di Gioacchino Rossini è stata tale da creare nel pubblico divisioni più propriamente tipiche della musica pop: da una parte i rossiniani, infaticabili seguaci del cigno pesarese, dall’altra gli anti-rossiniani, come quelli che il 20 febbraio del 1816 si precipitarono alla prima assoluta del Barbiere di Siviglia, inizialmente presentato col titolo di Almaviva, o sia l’inutile precauzione, e di tutto fecero perché quell’evento si trasformasse in un vero e proprio flop. E così fu, salvo poi prendersi una sonora rivincita fin dalla prima replica di quella che sarebbe diventata l’opera più rappresentativa del suo intero repertorio melodrammatico e tra le più rappresentate, oggi, nel mondo.

Ciononostante la fama di Rossini subì un duro colpo dovuto al mutare delle mode e – anche se oggi sembra anomalo – la seconda metà dell’Ottocento ha letteralmente consegnato all’oblio quasi tutte le sue opere. Tutte tranne due: il Barbiere e il Guglielmo Tell, perennemente rimaste nei cartelloni di tutti i più grandi teatri italiani e internazionali. Un vero e proprio rinascimento, quello detto propriamente rossiniano, è dovuto intervenire a partire dalla seconda metà del Novecento, ad opera di grandi musicologi e insigni musicisti (tra gli altri Claudio Abbado, ma anche Philip Gossett e Claudio Scimone) per restituire il più grande dei conquistatori musicali alle scene di tutti i migliori palchi del mondo.

Amatissimo in vita dal suo pubblico, Rossini è stato altrettanto amato dai suoi amici, tanti e costantemente presenti nella sua copiosa corrispondenza, proprio dalla quale veniamo a conoscenza del suo lato goliardico, di quello virtuoso, di quello, forse ancora più iconico, infaticabile amante della buona cucina: “Non conosco un’occupazione migliore del mangiare, cioè, del mangiare veramente. L’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore. Lo stomaco è il direttore che dirige la grande orchestra delle nostre passioni. Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di questa opera buffa che si chiama vita e che svanisce come la schiuma d’una bottiglia di champagne. Chi la lascia fuggire senza averne goduto è un pazzo”.

Diverse altre sono le lettere in cui il Cigno di Pesaro esprime il suo punto di vista in questioni più professionali, cioè musicali: “Gia Haydn aveva cominciato a corrompere la purità del gusto (…) ma dopo di lui Cramer, e finalmente Beethoven colle loro composizioni prive di unità, e di naturalezza, ridondanti di stranezze e di arbitri, corruppero intieramente il gusto della musica strumentale. Contemporaneamente Mayer sostituì sul teatro ai modi semplici e maestosi dei Sarti, dei Paisiello e dei Cimarosa le sue ingegnose ma viziose armonie (…) e seguaci della nuova scuola tedesca divennero tutti i giovani compositori di musica per li teatri”.

Oggi, nel 150esimo anniversario della sua morte, Rossini e la sua musica vengono celebrati in ogni angolo del mondo, e tante fino a fine anno sono ancora le prestigiose iniziative in programma: la splendida Petite messe solennelle diretta il 15 novembre da Anton Maksimov al Conservatorio di San Pietroburgo; il Barbiere in programma fino al 18 al Michigan Opera Theatre di Detroit e fino al 21 dicembre allo Staatstheater di Norimberga; Le Comte Ory che andrà in scena all’Ekaterinburg State Academy Opera il 4 dicembre; Il viaggio a Reims nel nuovissimo allestimento del Teatro Bolshoi di Mosca dal 12 al 16 dicembre e molti, moltissimi altri appuntamenti internazionali oltre a quelli, ovviamente e copiosamente, italiani. Rossini, dunque, vive e gode di ottima salute, e la sua musica ancora oggi affascina le platee di tutto il mondo.