“Mi sento travolto”. Francesco Lotoro, il cacciatore di spartiti ha scovato un altro tesoro: nell’archivio dell’ex campo di concentramento nazista a Terezin, in Repubblica Ceca, ha trovato il manoscritto del Nonet di Rudolf Karel, il compositore morto lì a 65 anni per ipotermia. Note appuntate su carta igienica, con il carboncino usato per trattare la dissenteria. “Sto ammirando il lavoro di un genio che ha resistito fino alla morte con la sua musica”, dice Lotoro, emozionato davanti a quello spartito malconcio.

E’ il cuore del docufilm Maestro. Alla ricerca della musica nei campi, diretto dall’argentino Alexandre Valenti e dedicato alla figura del pianista pugliese Francesco Lotoro, “l’Indiana Jones” degli spartiti scampati ai nazisti che ha trascorso gli ultimi 30 anni a rintracciare la musica composta dai detenuti nei campi di prigionia e di sterminio durante la Seconda Guerra Mondiale. È lui, infatti, il “Maestro” che dà il titolo al film. La pellicola sarà proiettata gratuitamente lunedì 5 novembre al Cinema Arsenale di Pisa, alle 21:30. Alle 21:00, lo precederà un incontro gratuito sulla Musica dei Campi, a cura dell’Università di Pisa, nell’ambito di San Rossore 1938, la rassegna organizzata dall’Ateneo in occasione dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali.

“È il primo film che racconta quanto la musica composta nei campi sia stata incredibilmente importante per la storia dell’umanità”, spiega a ilfatto.it Donatella Altieri, produttrice del documentario. Da Parigi a Rio De Janeiro, da Gerusalemme a Berlino, ovunque, negli attici delle capitali o nei campi rom, tra fili di panni appesi su strade fangose, o negli appartamenti affacciati sui boulevard, il cacciatore di spartiti ha individuato i compositori o i loro figli, depositari della musica sfuggita a nazisti e pure agli Alleati, nei campi dove tenevano prigionieri i soldati dell’Asse. “In questo momento conto 4000 musicisti deportati, ma secondo le mie statistiche sono 140mila”, dice Lotoro a ilfatto.it. 

Una ricerca diventata un’ossessione, ma che fa piangere i figli dei compositori – Tutto iniziò nel 1990, quando il pianista originario di Barletta si imbatté per la prima volta in uno spartito composto in un lager, un pezzo di Gideon Klein. Nacque così in lui una vera e propria ossessione per quella musica, che lo ha portato a combinare incontri in tutto il mondo, quando ancora non c’erano social né navigatori, e per questo gli è capitato anche di arrivare all’appuntamento e scoprire che il testimone era deceduto. “Questa ricerca si è mangiata tutto: il tempo, lo spazio, i soldi”, ammette Lotoro. Ma la soddisfazione per quello che ha fatto è racchiusa tutta nell’abbraccio con cui il figlio di Jozef Kropinski, compositore rinchiuso a Buchenwald, lo ha stretto, alternando i “grazie” ai singhiozzi, dopo che Francesco gli aveva fatto sentire per la prima volta la musica del padre.

Lotoro: “Si cantava per tirare su il morale o per ribellarsi agli aguzzini” – “Nei campi componevano di tutto: musica da camera, concertini, musica per le marionette, musica religiosa di ogni credo, grandi produzioni sinfonico teatrali, con linguaggi sperimentali e avveniristici: immaginiamo un cervello distaccato dal mondo circostante per anni, in un campo. Matura linguaggi nuovi, ne sintetizza di antichi. Ho trovato madrigali del Cinquecento, rivoluzioni della dodecafonia di Schönberg, accostamenti di strumenti sperimentali”, racconta Lotoro.

Come si può far musica dove “condizione umana più misera non c’è”, per dirla alla Primo Levi? “A volte si cantava mentre un compagno veniva battuto a morte, per ribellarsi, un canto che sgorgava spontaneo dalle bocche di tutti. Non c’è nulla di più atroce che sentire un prigioniero cantare, in tedesco, in faccia a un soldato tedesco. Perciò cantavano le migliaia di ebrei sulla banchina dei treni che da Vienna conducevano a Dachau, nel 1938, dopo la Notte dei cristalli. Intonavano in faccia ai nazisti l’Inno alla gioia, oggi inno dell’Unione europea: tramite la musica, stavano creando un’Europa prima dell’Europa”, spiega ancora Lotoro.

A volte si cantava per divertire i compagni, come faceva Aleksander Kulisiewicz, internato dal 1941 al 1945 a Sachsenhausen. Aleks tenne a mente pure i brani degli altri. Dopo la liberazione, ricoverato in ospedale per una tubercolosi, dettò 760 pagine di canzoni e poesie all’infermiera perché non andassero perdute. “Se questa musica non viene suonata, non viene fatta conoscere al mondo, è come se non fosse mai uscita dal lager”, conclude il maestro.

Dopo il film, un’enciclopedia e una Cittadella della Musica Concentrazionaria – Oggi Lotoro sta ultimando un’enciclopedia della musica concentrazionaria, che sarà tradotta in 4 lingue. Grazie a un bando della presidenza del consiglio dei ministri, nascerà pure una Cittadella della Musica Concentrazionaria a Bari. “I lavori inizieranno nel 2019. Ci saranno un campus universitario, una biblioteca multimediale, un museo, un teatro”, dice Lotoro. Ma la sua ricerca degli spartiti non è certo finita. Gli mancano ancora 70 viaggi da terminare entro il 2020. Chi volesse sostenerlo, può farlo a questa pagina.

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