“No, non rientreremo mai in Italia”. Lo dice ridendo, leggera, come chi si è tolta un peso. Arianna è laureata a Pisa ma lavora a Los Angeles, come ingegnere delle telecomunicazioni. “Qui abbiamo costruito la vita che ci piace. Il lavoro all’estero è un altro mondo. Non vale chi conosci, vale quello che fai”, spiega. Per Giovanni, salernitano trapiantato a Melbourne, dove insegna all’università, emigrare è stata “la scelta maledetta: qualsiasi cosa tu scelga, perdi qualcosa. Ai matrimoni di mio fratello e del mio migliore amico, io non c’ero”, racconta.

Sono alcune delle storie del documentario Italia addio, non tornerò, un pugno allo stomaco fin dal titolo. Realizzato dalla Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione italiana, (da un’idea di Marinella Mazzanti e a cura della reporter Barbara Pavarotti, grazie al sostegno di Regione Toscana e Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca) il documentario racconta in 50 minuti l’emigrazione italiana di oggi: la più numerosa dal dopoguerra, volontaria e, come dice il titolo, quasi sempre senza ritorno. “Questo filmato può diventare il manifesto che inchioda i politici passati, presenti e futuri alle loro responsabilità”, spiega Pavarotti, già giornalista Rai e Mediaset, autrice del doc arricchito dalla colonna sonora di Massimo Priviero, che sul tema ha realizzato un disco, All’Italia. “Abbiamo contattato 70 gruppi Facebook di Italiani nel mondo, per un totale di 400mila persone”, spiega Pietro Luigi Biagioni, direttore della Fondazione Cresci. E una parte di merito ce l’ha ilfattoquotidiano.it. Perché, aggiunge la giornalista, “l’idea del documentario è nata leggendo la rubrica Cervelli in fuga”.

Da Londra a Melbourne, passando per New York e Tallinn, astronomi, camerieri, produttori cinematografici sono i protagonisti del filmato, che fotografa l’emorragia di giovani nati tra gli anni Settanta e i Novanta in ogni regione, più o meno istruiti, ma tutti stanchi del clima italiano, asfittico e indifferente al merito. C’è Sara, romana, che fa la manager di un ristorante italiano a Melbourne, Simone, filmmaker a Hollywood. E Chiara, milanese, mandata via dall’Italia a colpi di precariato. “Dopo 6 anni di contratto a termine, di sei mesi in sei mesi, un mese. E alla fine mi hanno definitivamente lasciata a casa”, racconta la ragazza, che oggi vive a Melbourne e fa la subacquea. C’è chi inizia pelando patate, nonostante lauree e master: tutto, pur di sfuggire al Paese delle raccomandazioni. “Le aziende italiane, in 90 casi su 100, non rispondono neppure al curriculum, o offrono rimborsi spese miserevoli”, racconta Pietro Luigi Biagioni.

“Oggi emigrano anche i genitori dei cervelli in fuga” – Nella Fondazione che dirige, a Lucca, Biagioni onserva il più vasto archivio di foto e documenti sull’emigrazione italiana che esista al mondo. Mai avrebbe pensato di aggiungere una sezione sugli italiani emigrati dal 2000. “L’emigrazione italiana è tornata ai livelli del dopoguerra e aumenta ogni anno”, spiega. Snocciola statistiche, come quella dell’Ocse, che piazza l’Italia all’ottavo posto, prima dell’Afghanistan, per numero di emigranti, o l’ultimo dossier Idos, secondo cui sono 285mila i giovani fuggiti in un solo anno. Per la Fondazione Migrantes, un giovane su due oggi vuole andarsene. “Due anni fa volevamo realizzare un servizio di informazioni utili a chi aveva deciso di andarsene. Ma le difficoltà normative prima, la Brexit poi, hanno cambiato questo proposito e abbiamo deciso di fare il documentario, come riflessione da diffondere tra i giovani, perché misurino i pro e i contro. Ognuno deve fare la sua valutazione: sono scelte veramente soggettive”, spiega Biagioni. E rilancia. “Siamo già alla fase dei nonni: famiglie di pensionati che se ne vanno all’estero perché i figli vivono là, per aiutarli con i nipoti. Un pensionato che vive all’estero, non solo non consuma in Italia, ma non paga neanche le tasse in Italia. Una realtà complicata. Ma sappiamo bene, da Paese di emigrazione e di immigrazione, che cercare una terra migliore è una legittima aspettativa per tutti”.

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