Partiti in cerca di un lavoro. Gli emigranti esistono anche in Italia. Vanno verso il nord del Paese, verso l’Europa, verso l’America. Lasciano la famiglia come a inizio Novecento, con una ideale “valigia di cartone”. Ecco alcune delle loro storie raccontate a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com

Mia figlia con il suo compagno – e ora hanno anche un bambino – vive alle Canarie già da dieci anni. A Gran Canaria, Tenerife e Lanzarote ci sono centinaia di ragazzi italiani con residenza stabile. Nessuno di loro è un “cervello in fuga”, cioè un talento scientifico/tecnologico/letterario sottratto alla patria. Fanno lavori precari – spesso poco pagati come probabilmente sarebbe anche qui – e difficilmente hanno mire di carriera. Il clima è favorevole – come lo sarebbe nel Sud Italia -, il costo della vita abbordabile – come in Italia, escluse le grandi città del nord. In molti casi i genitori dall’Italia li aiutano economicamente, come farebbero se fossero rimasti.

Perché se ne sono andati? Torneranno indietro? Secondo me non sono domande drammatiche e non riguardano argomenti degni di trattazioni socio-economiche che abbraccino dibattiti sul futuro del nostro Paese. Semplicemente, io credo, hanno fatto una scelta di libertà, senza troppi progetti per il dopo. Sanno che mamma e papà li aspettano, molto probabilmente prima o poi erediteranno almeno una casa, non hanno il mito del posto fisso e non sono partiti per fuggire da un presente di miseria e disperazione. Ho anche due nipoti che stanno a Londra: una studia e lavora, l’altra lavora. A una interessa diventare anche cittadina britannica, all’altra no. Molti altri giovani hanno optato per paesi extra-europei.

Ma non chiamiamoli tutti “cervelli in fuga”, se l’accezione coinvolge l’incapacità italiana di offrire opportunità a professionalità che all’estero trovano soddisfazione, il che riguarda un numero limitato di talenti della cui produttività all’estero godrà l’intera umanità. Se restiamo nella modernità degli spostamenti liberi, non trovo nulla di raccapricciante nei molti giovani italiani globe trotter, né posso classificare le singole scelte di uscire dall’Italia come “emigrazione di massa”. Tutt’al più bilanciandole con i molteplici arrivi di stranieri – che si riproducono più degli italiani, facendo crollare anche il mito del drammatico calo delle nascite.

Se apriamo la mente a un pensiero obiettivo, capiamo che gli spostamenti di persone da un capo all’altro del mondo ci sono sempre stati e sono il fondamento del melting-pot che garantisce la sopravvivenza della specie. Che vogliamo o no (e non volerlo è anacronistico e inutile), l’unico pensiero base di fronte all’argomento è la capacità di integrarsi al minor costo sociale. Sviluppo sociale globalizzato è solo questo. È un bene o un male? È e basta, la morale non c’entra.

Rita Tagliati

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