Corleone: ovvero il film dal regista sotto copertura. “Perché se apparisse alla scoperta lo farebbero fuori immediatamente” annuncia la produttrice Donatella Palermo, “sostituta” del cineasta ungherese “necessariamente assente” Mosco Levi Boucault, a spiegare origini e senso del documentario che racconta la parabola criminale di Cosa Nostra, nella sua sanguinosa guerra per il potere contro tutti e tutto, specie contro lo Stato. Diviso in due parti (emblematicamente titolate Il potere e il sangue (parte I) e La caduta (parte II) e soprattutto ancora work in progress (“il regista vorrebbe farne un film raccontato esclusivamente dai pentiti” dice la produttrice) mostra per la prima volta i mafiosi stessi a raccontarsi, a raccontare “come la mafia pensa e agisce”. E per la prima volta, peraltro, mette sullo schermo Giovanni Brusca che appare completamente coperto da maschera, cappuccio e guanti bianchi “che mai avrebbe accettato di parlare se il regista non fosse sotto copertura lui stesso”. Realizzato in diversi anni trascorsi dal documentarista in Sicilia, Corleone mette naturalmente al centro Salvatore “Totò” Riina, il mostro criminale dalle bugie epocali come quel famoso “Io non ho nulla di cui pentirmi” asserito in tribunale.

Riina è stato il killer fra i killer, il capo supremo di Cosa Nostra e della mafia siciliana tutta, “dio in terra” (definizione di Brusca) e l’incarnazione estrema del paradosso di cui vive(va) l’onore dei corleonesi: non poteva che essere lui il cuore folle di questo film, bellissimo e sconvolgente insieme, capace di una narrazione unica nel suo genere. Mescolando abilmente “i fatti” (materiale d’archivio ben selezionato e giustapposto), le diverse testimonianze d’eccellenza prestate appositamente e che ricorrono ad hoc (specie da parte dei diversi pentiti e del giudice Giuseppe Ayala) e una struttura del racconto che si riappropria della tragedia classica, il film tenta di orientare lo spettatore verso la comprensione profonda della fenomenologia mafiosa in un approccio storico/antropologico/politico, assorbendo e superando l’acquisito romanticismo de Il padrino e co, o la freddezza e la frammentarietà della cronaca. A un anno dalla morte di Riina, la sua figura è dunque la protagonista nonché chiave di comprensione di una parabola criminale emblematica, che unisce i codici d’onore formulati nel passato con le strategie politiche della criminalità contemporanea.

Se il sangue – topico e centrale persino nel titolo – è l’elemento orrorifico tangibile (“veramente noi eravamo dei macellai” ammette il sicario Francesco Anzelmo) altrettanto orrorifico ma nascosto (dunque ancor più pericoloso) è il subdolo legame Stato-mafia (“la trattativa”) tuttora non totalmente disvelato in ogni suo dettaglio, come il mistero legato al bunker di Riina, la cui location fu depistata dai carabinieri. D’altra parte “la mafia non è ancora finita – dichiara Ayala – ma, appropriandomi di quanto disse Giovanni Falcone, essendo un fenomeno umano avrà una sua morte naturale. Però non sappiamo quando questo avverrà”.

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