La Cina è la seconda economia al mondo e si sta avviando a diventare la prima. È un paese comunista, con un controllo politico accentrato al vertice. Il leader del Partito, Xi Jinping, dopo l’incoronazione a presidente inamovibile – il più potente dai tempi di Mao Zedong – ha confermato tutta la sua ambizione annunciando esattamente un anno fa una strategia che entro il 2050 farà del gigante asiatico la vera grande superpotenza del futuro. In concorrenza diretta con gli Stati Uniti e con un’Europa che non esiste e non si riforma, in gravissima crisi politica.

Pur senza conoscerne i dettagli, sappiamo che gli interessi economici e politici di Pechino trovano sbocchi territoriali ovunque. I cinesi comprano centinaia di aziende nella Ue, per esempio la Pirelli è “Made in China” da anni, Candy è passata di mano poche settimane fa. Investono miliardi e finanziano progetti strutturali e aziendali in Medio Oriente, Africa, Asia meridionale, in tutto il mondo. La politica estera del Dragone è quindi molto più attiva di prima, proprio per garantire i nuovi interessi all’estero, di pari passo con una proiezione e progressione della forza militare – armi convenzionali, nucleari (260 bombe atomiche), tattiche e strategiche – che non ha eguali in nessun’altra nazione. In teoria la Repubblica Popolare Cinese potrebbe anche sfidare l’Occidente e aggiungere nuovi teatri di competizione. Di qui una domanda sorge spontanea: è il partner commerciale, finanziario e forse anche politico ideale la Cina o è un potenziale nemico?

Xi Jinping, leader unico del ‘socialismo quasi realizzato’, ha ispirato e guiderà il profondo processo di trasformazione di questa immensa nazione da 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, seguendo una visione chiara e di lungo periodo. Con una citazione presa dalla pseudo-cultura americana Xi ha parlato di “sogno cinese”. L’obiettivo è realizzare a tappe, senza rivoluzioni e senza guerre, una società “moderatamente prospera” entro il 2020, una “progressiva modernizzazione” tra il 2020 ed il 2035, ed entro il 2049 il consolidamento di una nazione “socialista moderna forte, prospera, culturalmente avanzata e democratica”.

Alcuni dicono che una Cina troppo potente sia una minaccia più che un’opportunità. Ma è davvero così? Il G7 (G8 prima che la Russia ne fosse esclusa dopo l’annessione della Crimea e i fatti di Ucraina) come comitato direttivo dell’Occidente diffida della Cina: infatti non è mai stata invitata nel club dei ricchi, per via dei “diritti civili” violati, non essendo una democrazia. Eppure qualcosa sta cambiando, anche se il cambiamento potrebbe volgere al peggio. L’ipernazionalista e sovranista Trump ha instaurato un pericoloso “nuovo disordine mondiale” spaccando l’Occidente e rendendo i rapporti tra Washington, Pechino e Bruxelles molto difficili. Siamo di fronte alla rottura unilaterale degli accordi e strategie politico-commerciali adoperati negli ultimi decenni: il G7 snobbato dalla Casa Bianca è ormai G6+1, tutti da una parte e l’America isolata dall’altra. L’obiettivo del gruppo di miliardari di estrema destra che governano gli Usa è far saltare rapporti consolidati in base a tattiche (e pulsioni biecamente bottegaie) che sul momento piacciono magari al popolo ma mandano in pezzi gli equilibri internazionali.

La guerra commerciale Usa-Cina (è una guerra vera anche senza i missili, i cui danni collaterali in termini di Pil calante e nuove recessioni non sono ancora chiari) implica una visione semplificata di un mondo post-multilaterale in cui l’America First, in teoria, è vincente perché gli Usa sono, e si sentono, la nazione più grande e più potente rispetto a ciascuno dei partner. Uno scenario quindi in cui contano solo i rapporti bilaterali. Eppure oggi il “divide et impera” non funziona. Sarebbe un ritorno agli anni Cinquanta e ridurrebbe lo sviluppo di tutti.

Anche se a prima vista il principale avversario di Trump è proprio la Cina (il più grande surplus commerciale con gli Usa) come possono l’Occidente e l’Europa sopravvivere a tali lacerazioni? Vero è che l’atteggiamento trumpiano potrebbe anche provocare l’effetto opposto, ovvero ricompattare la debole Ue. Vedremo, anche se è lecito dubitare che nella volata da qui alle elezioni europee del maggio 2019 Bruxelles abbia quei sussulti d’orgoglio, d’unità e di volontà autoriformatrice che sarebbero necessari. Nel frattempo però Trump ha rovesciato il tavolo e la globalizzazione con lui è entrata in acque inesplorate. L’abbandono americano del Tpp e la dichiarazione sull’inutilità del WTO accelererà lo spostamento del magnetismo commerciale dal polo America al nuovo polo Cina. E noi europei graviteremo sempre più verso un’Eurasia in rafforzamento.

L’altra faccia della medaglia è: se Trump continuasse una guerra commerciale dura con la Cina, gli effetti più profondi sarebbero avvertiti soprattutto in lande desolate della provincia Usa. Per cui la sconveniente verità non detta dalla Casa Bianca agli americani è che Pechino emergerebbe quasi intoccata da uno scontro globale sul commercio innescato dal neo-protezionismo di Washington. Non vi sono dubbi, per esempio nel settore auto, che tutti conoscono e sono in grado di giudicare: in futuro centinaia di milioni di automobilisti cinesi sceglierebbero Mercedes, BMW oppure Honda e Mitzubishi e non modelli Ford, GM o Chrysler (a meno che non sia una Jeep fabbricata in Italia da Fca a Pomigliano d’Arco).

In un libro uscito da poco, Intervista sulla Cina, viene raccontato per quale motivo i rischi di una guerra commerciale fuori controllo sono pericolosissimi. E si chiarisce perché i cinesi è meglio averli alleati e non come nemici, visto che la Cina sta per diventare l’economia n.1 al mondo. L’obiettivo di Xi Jinping di traghettare il colosso asiatico verso un diffuso livello di prosperità, affinché possa assumere il ruolo globale che gli compete per popolazione e forza dell’economia – ruolo che finora si è ben guardato dal reclamare preferendo un basso profilo nelle vicende geopolitiche ‘calde’, in Siria, Iran e all’Onu – è certamente ambizioso ma anche raggiungibile.

La Cina insomma ha la statura da superpotenza, ma deve averne anche lo status. I temi prioritari trattando con Pechino sono vari: la concorrenza commerciale con l’Occidente (non su prodotti di consumo a basso costo tipo magliette e giocattoli come accadeva anni fa ma su produzioni sofisticate in settori come auto, elettronica, macchinari, medicale); l’educazione (molto più avanzata rispetto alla nostra); lo statalismo pervasivo e la “mano visibile” del Partito Comunista in ogni transazione commerciale e finanziaria; l’ambiente e l’inquinamento; la lotta alla corruzione; l’uscita dalla povertà di ottocento milioni di cinesi (il più vasto fenomeno di questo tipo nella storia economica mondiale); la mancata “reciprocità” negli affari; il fresco rapporto privilegiato con la Russia di Vladimir Putin e il rafforzarsi del polo euroasiatico (conseguenza diretta dell’ostilità trumpiana; al punto che il mese scorso si sono svolte maxi manovre militari congiunte Russia-Cina con 300.000 soldati e migliaia di carri armati); infine, il grandioso progetto chiamato “Belt and Road Initiative” (BRI) – circa 70 paesi e un valore complessivo a regime di $1 trilione di dollari – voluto dallo stesso Xi Jinping, al cui confronto il Piano Marshall per finanziare la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale era poca cosa.

La BRI è una global strategy formidabile, sulla carta e sul territorio, da cui si deduce che in decine di nazioni di quattro continenti l’egemonia economica Usa sarà prima circondata, poi respinta e in seguito emarginata dai cinesi. È chiaro quindi che nessun politico – nel nuovo governo populista a Roma o nelle sedi Ue attanagliate da una crisi devastante – e nessun imprenditore, gruppo industriale, piccola o media azienda, potrà prescindere dal conoscere i piani di espansione di Pechino, soprattutto nell’instabile scenario del “nuovo disordine mondiale” inaugurato con miope e sguaiata arroganza da Trump.

Bisogna quindi saper trattare senza complessi di inferiorità con la ‘forza tranquilla’ del gigante asiatico, sia sul fronte economico che geopolitico. E mentre l’Unione Europea mette a repentaglio il proprio ruolo globale (mezzo miliardo di cittadini), impotente e incapace com’è di parlare con una sola voce, Pechino, con una strategia e un soft power non comuni, si appresta a diventare la terza superpotenza aggiungendosi a Stati Uniti e Russia. I superblocchi dovrebbero essere in verità quattro, ma ci vorrebbe davvero più Europa affinché la globalizzazione non vada maledettamente alla malora, travolgendo tutti.

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