“Introduzione dell’insegnamento curricolare di educazione civica nelle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, allargamento della partecipazione degli studenti agli organi collegiali della scuola, nonché reintroduzione del voto in condotta”. S’intitola così il disegno di legge presentato a settembre da Massimiliano Romeo, presidente del Gruppo Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d’Azione.

Un’iniziativa che mette insieme misure differenti, tutt’altro che omogenee. Pensate insieme con una logica che si fa fatica a comprendere. Partiamo dall’educazione civica. Che ci sia bisogno dell’insegnamento curricolare, insomma di uno spazio certo nel piano formativo settimanale è indubitabile. Lo suggeriscono tanti episodi verificatisi all’interno di non pochi istituti scolastici del Paese, ma anche un crescente sentimento di intolleranza verso “gli altri”. Specialmente se in condizione di difficoltà.

Quanto al voto in condotta, alla sua reintroduzione e quindi al suo peso nel conteggio della media, è probabile che non troverà il plauso generale. Si sa, nel mondo della scuola, da sempre e con un progressivo incremento negli ultimi decenni, non sono in pochi i sostenitori del fatto che il comportamento non debba essere considerato in maniera rigorosa. Non debba influire nel giudizio finale. Comunque non possa contribuire a una eventuale bocciatura. Si potrebbe obiettare che atteggiamenti e comportamenti tenuti in classe non sono un optional. Non possono essere slegati dai risultati raggiunti, partendo da specifici obiettivi. Si potrebbe provare a contrastare i fautori della scuola che si adatta alle esigenze e alle particolarità degli alunni più difficoltosi, a volte dimenticando quelli più diligenti. Si potrebbe, certo. Ma sarebbe probabilmente inutile. La tendenza è quella di trovare per tutti una scappatoia.

Ma, seppure in disaccordo, con una delle due proposte, è innegabile che esista una relazione tra loro. L’educazione civica è implicita nel comportamento. Almeno dovrebbe esserla. Il rispetto delle regole, la consapevolezza dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, è una delle parte costitutive dell’educazione civica. Chiaro! Ma l’allargamento della partecipazione degli studenti agli organi collegiali della scuola cosa c’entra? Nel ddl si afferma che si tratterebbe di “un meccanismo di rappresentanza e di educazione alla cittadinanza”. Affermazione che risulta tutt’altro che incontrovertibile. Non solo per chi ha pratica con le dinamiche dei consigli di classe. Anche per chi, in assenza di una conoscenza diretta, si lascia guidare dal buon senso.

I “due rappresentanti degli studenti, che avranno il compito di agevolare il dialogo fra la classe e i suoi professori, si faranno interpreti di specifiche richieste dei compagni, segnaleranno eventuali episodi e atti di prevaricazione a danno degli studenti”, si legge ancora nel ddl. Insomma si ritiene che gli studenti attraverso i loro rappresentanti, possano costituire una sorta di trait d’union tra insegnanti e genitori. Una sorta di corpo intermedio in grado di filtrare. Un megafono nei consigli di esigenze e problemi della classe. In realtà un atto di delega di responsabilità. I ragazzi investiti di un ruolo che non gli può appartenere. Per ragioni innanzitutto anagrafiche. Generalmente troppo acerbi per poter valutare con il necessario equilibrio i problemi dei compagni in classe. I rappresentanti degli alunni hanno un senso compiuto alle scuole superiori, rischiano di essere uno strumento molto più che inefficace nella primaria e nella secondaria. Lì può accadere che si trasformi in una rappresentanza dannosa.

“La figura del rappresentante degli studenti si ritiene essere di particolare importanza nella prevenzione e nel contrasto di tutti quei fenomeni diseducativi in crescita esponenziale nelle scuole, anche nei gradi inferiori”, hanno scritto nel ddl i diversi relatori. Si diceva del rischio che i ragazzi vengano investiti di un compito troppo gravoso per loro. Stupisce un po’ questo interpretazione. Già, perché, mentre la società e anche la scuola da anni tende a deresponsabilizzare i ragazzi, cercando spiegazioni, anche dove non ce ne sono, a comportamenti inadeguati, il ddl investe i ragazzi di un onere eccessivo. Un rovesciamento di responsabilità che appare fuori luogo. Uno squilibrio insanabile. Senza contare che questo tentativo sembra anche un mascherato ridimensionamento degli insegnanti. Possibile che nessuno di quanti costituisce il consiglio di classe possa rendersi conto di tutte quelle situazioni delle quali dovrebbero riferire i due rappresenti degli alunni? Possibile che gli insegnanti abbiano ormai perso quella capacità all’ascolto e quella predisposizione all’osservazione, che ne hanno definito le figure per tanto tempo? E’ credibile che gli insegnanti si siano trasformati in meri burocrati, divisi tra registri elettronici e i tanti incarichi che la scuola odierna prevede?

“Pretendere che bambini di 10 anni, possano con cognizione di causa essere presenti e partecipare a riunioni con adulti mi sembra una follia. Si è sicuri che tali rappresentanti non rischino di entrare in un vortice di stress e tensioni che la loro età non richiede? Il loro diritto e dovere è iniziare la vita con l’aiuto dei genitori/tutori ai quali è demandata la responsabilità di scelte anche sulla scuola”, ha scritto Tullio Aebischer in una lettera di commento al ddl, inviata a Orizzonte Scuola. Il punto è proprio quello evidenziato nella lettera. “Il loro diritto è iniziare la vita con l’aiuto dei genitori/tutori ai quali è demandata la responsabilità di scelte anche nella scuola”. Il punto è l’assunzione di responsabilità. Che ognuno faccia quel che deve. Al meglio.