Una fiaba dai tratti gotici, tra ragni, gatti neri ed elefanti rosa galleggianti. Un’opera lirica come una pellicola del cinema muto, con le didascalie al posto dei dialoghi: Barrie Kosky e Suzanne Andrade trasformano Il Flauto Magico di Mozart in un film degli anni Venti, calando gli attori in una scenografia caledoiscopica fatta solo di immagini proiettate, piena di citazioni cinematografiche. Il nucleo dell’ultimo capolavoro di Mozart è l’archetipo di tutte le fiabe: un principe, una principessa, un viaggio, delle prove da superare per conquistare l’amore. Ma dietro l’apparenza fiabesca c’è un arzigogolato intreccio di simboli esoterici, egizi e mitologici. L’allestimento di Kosky e Andrade restituisce a Mozart le tante sfumature giocose dell’opera così come i riferimenti ai riti della massoneria, come l’onnipresente occhio.

L’audacia “cinematografica” della regia nasce dal sodalizio artistico con il collettivo teatrale 1927, della Andrade e da Paul Barrit. Un nome che è già una dichiarazione di poetica: tutto nell’opera richiama le avanguardie artistiche degli anni Venti. Le parti parlate sono state sostituite dalle didascalie sullo schermo, come nei film muti. Le tre Dame sembrano appena uscite dalla repubblica di Weimar, con i cappotti bordati di pelliccia e i cappellini piumati. Monostato (un incredibile Marcello Nardis) è identico al Nosferatu di Murnau. Papageno (Joan-Martin Royo, che si alterna ad Alessio Arduini) è vestito come Buster Keaton, ma i più giovani giurerebbero che indossa il completo color senape di The Mask. Pamina (l’applauditissima Kiandra Howarth) ha il caschetto di Louise Brooks e un abito da vera flapper, con il colletto bianco e i bottoni. Nel ruolo di Tamino, il tenore Giulio Pelligra, che dà il cambio all’argentino Juan Francisco Gatell. La scenografia non esiste: c’è solo uno schermo bianco con delle aperture a diversi metri d’altezza. Fine. Tutto il resto è luce proiettata su uno schermo, immagini surreali, oniriche, in cui gli attori si muovono coreografati con precisione millimetrica. È l’antica illusione delle ombre cinesi, ma così sofisticata che è impossibile dire cosa sia vero e cosa no: Papageno accarezza un gatto che non c’è e beve da un bicchiere virtuale. Il regno della notte sembra un film di Tim Burton, con gatti, ragnatele teschi: la regina Astrifiammante (una portentosa Olga Pudova) è un ragno gigante, ma con la testa d’uovo della Regina di Cuori di Alice. Il regno del sacerdote Sorastro invece è un trionfo della tecnica, tutto orologi e ingranaggi, come nella Metropolis di Fritz Lang.

Mozart compose Die Zauberflöte nel 1791, pochi mesi prima di morire, insieme al librettista Emanuel Schikaneder. La moglie era lontana e lui le scriveva lettere piene di nostalgia, struggendosi nell’attesa delle risposte. La ricerca (sfiancante) dell’amore è infatti il cuore di tutta l’opera che parla di solitudine, di passioni vagheggiate, sentimenti idealizzati e perduti e di desideri impossibili che diventano ossessioni. Tamino si innamora di Pamina prima di vederla ed è separato da lei per la maggior parte del tempo, Papageno si dispera per l’assenza di una compagna, il moro Monostato, rifiutato da tutti, vorrebbe approfittare di Pamina nel sonno. Nei secoli l’opera è stata letta in modo sempre diverso: fiaba per bambini o trattato di massoneria. Elogio dell’Illuminismo o della Rivoluzione francese. Tenera storia d’amore o opera misogina, che esalta la razionalità maschile sull’inganno femminile. Ma soprattutto, monumentale metafora del potere della musica: un flauto magico in grado di far ballare alle belve il can-can in giarrettiera.

“Una grande favola, sì, un cartone animato – commenta una signora nel foyer – Ma l’opera dov’è?”. Il teatro, comunque, è pieno perfino alla quarta replica. Il pubblico applaude a scena aperta, ride davanti al candido Papageno e si esalta per le prodezze canore della Pudova. Alla famosa aria La vendetta ribolle nel mio cuore con quella serie di acuti che sfidano il fa sopracuto, qualcuno si alza dai palchetti urlando: “Brava!”. Una bambina seduta in platea, a sipario calato, sorride entusiasta per quello che dev’esserle sembrato un bellissimo cartone animato: anche nella Vienna del Settecento, scrive il critico Pietro Citati, si andava a vedere Il Flauto Magico credendola una farsa per bambini, dietro alla quale il genio di Mozart aveva celato capricci, misteri e allusioni.

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