La “nazionale italiana di hacker” è in ritiro da qualche giorno a Lucca per prepararsi alla European Cyber Security Challenge (ECSC) che si terrà a Londra tra il 15 e il 18 ottobre. Si chiamano hacker nel senso migliore del termine. Sono  persone che comprendono e sanno usare la moderna tecnologia oltre quei limiti che per la maggior parte di noi sono, più che invalicabili, invisibili. Insomma, nulla a che fare con il termine (ab)usato come sinonimo di criminale. Ebbene, i ragazzi italiani affronteranno una sfida che per ora è misteriosa, perché le prove vere e proprie saranno svelate sono all’ultimo momento.

Nella città toscana il team si sta preparando sulle cosiddette soft skills, vale a dire competenze trasversali che vanno oltre quelle tecnologiche e hanno più a che fare con le relazioni umane. Questo perché, come ci ha spiegato Arturo Di Corinto (Responsabile Comunicazione del Laboratorio Nazionale di Cybersecurity, che ci ha parlato di cyberchallenge.it) in alcune fasi della competizione “alle squadre sarà richiesto di cooperare, pur essendo avversarie.Questo aiuta a creare uno spirito di unità tra i partecipanti, il che in questo periodo difficile per l’Europa è molto utile”.

Inoltre per vincere a Londra non basterà hackerare (termine improprio ma diffuso) i computer degli avversari, ma bisognerà anche saper “esporre problemi complessi in un linguaggio semplice”, continua Di Corinto. Si certifica così il fatto che, anche in questi ambienti, saper fare non basta; bisogna anche saper comunicare.

cyberchallenge italia
La squadra che volerà a Londra

Ma chi sono questi ragazzi che rappresenteranno l’Italia insieme ad altre diciotto nazioni europee? Ebbene, provengono dalla scuola della citata Cyberchallenge.it, iniziativa che vede coinvolte otto tra le più importanti università italiane, il CINI (Consorzio Universitario Nazionale per l’Informatica), il corrispondente Cybersecurity National Lab, il Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica e altri enti. È coinvolto anche un buon numero di sponsor privati, tra cui ENI, Cisco, IBM e altri.

I giovani di tutto il Paese si possono presentare alle selezioni per partecipare ai corsi. Sono state 1.900 le domande di quest’anno, ci racconta ancora Di Corinto specificando che il 10% era composto da donne. Da lì è iniziata la selezione, dovuta soprattutto alla capienza delle aule; alla fine sono stati selezionati 160 studenti, che hanno potuto seguire gratuitamente i corsi di formazione organizzati da Cyberchallenge.it per la durata di tre mesi. C’è poi stata una competizione finale, in cui i ragazzi si sfidavano uno a entrare nel computer dell’altro; Di Corinto sottolinea comunque che l’obiettivo è soprattutto didattico e formativo, e che la competizione finale ha più che altro un valore simbolico.

I corsi servono anche a selezionare la squadra che poi parteciperà allo European Cyber Security Challenge di Londra. L’Italia partecipa per il secondo anno, dopo aver ottenuto un notevole terzo piazzamento all’edizione del 2017, in Spagna.

cyberchallenge.it
I vincitori della challenge italiana 2018

La squadra è un team eterogeneo ma giovanissimo, coordinato da Camil Demetrescu (Coordinatore Nazionale di cyberchallenge.it e docente presso Università La Sapienza, Roma), che ha preso il posto di Roberto Baldoni quando quest’ultimo assunse l’incarico di vice direttore del DIS con delega alla cybersicurezza (è ancora nel comitato direttivo di cyberchallenge.it).

Andranno a Londra anche alcuni esponenti del team Mhackeroni, che recentemente si è distinto alla DEF CON Hacking Conference di Las Vegas, piazzandosi tra i primi classificati nella disciplina Capture The Flag (CTF, cattura la bandiera): una gara nella quale ogni squadra deve penetrare nei computer dell’avversario e rubare informazioni, mentre allo stesso tempo protegge il proprio sistema. Alla fine sono arrivati settimi nella classifica globale, un risultato davvero ammirevole. Loro stessi hanno raccontato i dettagli in una discussione su Reddit.

Come si può immaginare questi giovanissimi esperti informatici vantano già competenze di altissimo livello. “Sono bravi con l’hardware, con i lettori di chip e le smart card“, ci ha spiegato Di Corinto, sfatando un mito secondo cui l’esperto di cybersicurezza sta tutto il tempo a digitare sulla tastiera.

Partecipare ai corsi e magari vincere le competizioni offre ai ragazzi molte opportunità, la prima delle quali è sicuramente l’occasione di mettersi in gioco. Ed è proprio “gioco” la parola chiave per loro; “hanno un approccio ludico, non sono molto interessati alle aziende“, ci spiega Di Corinto. “Molti di loro hanno partecipato e vinto le olimpiadi di Informatica e di Matematica”, ci dice per farci capire quanto siano bravi ama anche come facciano queste cose soprattutto per divertimento.

La speranza è che si appassionino davvero a quest’attività e decidano di restare a praticarla in Italia. “Dobbiamo tenerli lontani dal Lato Oscuro“, dice il nostro intervistato, spiegando che non si tratta tanto di evitare che diventino criminali informatici (può sempre succedere) ma anche che decidano di offrire le proprie competenze altrove, in altri paesi e presso altre società.

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