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Disarmare l’intelligenza artificiale non basta: c’è una mano dietro la macchina

Con l'enciclica "Magnifica Humanitas", il Papa chiede di disarmare l'IA: è giusto. Resta da fare un passo
Disarmare l’intelligenza artificiale non basta: c’è una mano dietro la macchina
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Un bambino muore a Gaza sotto un drone. Un ragazzo cade a Teheran sotto un cecchino. Un algoritmo li ha distinti dal rumore. Il Papa chiede di disarmare l’IA. È giusto. Resta da fare un passo. Lo scrive Leone XIV nella prima enciclica del suo pontificato, “Magnifica Humanitas”, pubblicata il 15 maggio 2026. Per la scuola, per la politica, per la ricerca, il messaggio è netto: «Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva» (MH §110).

Qui il magistero colpisce il bersaglio. Al §110 nomina monopoli, dominazione, contestabilità della macchina. Poi si arresta sulla soglia. Vede il riflesso, l’algoritmo armato. Non nomina la sorgente: ciò che, nell’umano, fabbrica ricorsivamente il bisogno della macchina. Il buco concettuale è questo arresto, non un abbaglio.

L’immagine del disarmo regge finché l’arma resta un oggetto separabile dalla mano. Regge meno davanti a sistemi in cui, per ammissione dell’enciclica, «gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”» (MH §98). Nei modelli oggi decisivi, il comportamento emerge da pesi statistici opachi anche per molti autori. La mano è distribuita. E la mano fabbrica anche la domanda di automazione, previsione, comando.

Quella mano ha una biografia. È la stessa che, nel 1945, lasciò cadere due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, dopo averle progettate a Los Alamos. È la stessa che, negli anni Sessanta, accumulò arsenali sufficienti a distruggere la civiltà molte volte oltre ogni deterrenza plausibile. È la stessa che oggi, in pochi laboratori privati, costruisce sistemi che alcuni sviluppatori giudicano esposti a rischi catastrofici. È sempre la stessa mano.

L’enciclica tocca i cuori quando scrive: «Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione […]» (MH §188). Poi indica «scienziati, imprenditori, investitori, autorità accademiche, politici e altri» e il «particolare peso etico e spirituale» di chi progetta le tecnologie (MH §209, §111). Serve. Ma resta morale della responsabilità, non anatomia del desiderio.

Wilhelm Reich aveva nominato la sorgente mentre il fascismo gettava ancora le radici. Nel 1933, in Psicologia di massa del fascismo, la chiamò: il bisogno di un capo, di un nemico, di una macchina che decida al posto del corpo. Più tardi, in “Ascolta, piccolo uomo!”, la nominò ancora: peste emozionale. Il corpo represso che attacca chi non è represso. Quelle radici non sono mai state estirpate. Crescono dentro chi gioca a risiko sopra le mappe di Gaza e di Teheran, dentro gli algoritmi che selezionano bersagli, dentro chi accetta la guerra come sfondo della propria giornata. Crescono dentro ciascuno.

Senza disarmare chi finanzia, senza disarmare chi progetta, senza disarmare chi consuma con voracità il prodotto, l’algoritmo resta il capro espiatorio elegante. La macchina è il riflesso. La sorgente è la peste. E la peste non abita solo nei personaggi tragicomici di palazzo: abita in ognuno di noi.

L’opera politica di un Papa, davanti a un’industria che si presenta come inevitabile, può essere questa: rendere visibile la mano, renderla contestabile, negarle l’assoluzione tecnica. Non basta togliere armi all’algoritmo. Occorre togliere necessità al discorso che lo pretende inevitabile.

Disarmare il riflesso non basta. Va eradicata la peste alla sorgente.

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