Here, There and Everywhere è un brano dei Beatles che ascoltato con la prima luce d’autunno rende il posto dove uno si trova, qualunque sia, più bello e luminoso. Una magia. Per i fan dei Fab Four non è difficile capire se questa canzone sia stata scritta da Lennon o da McCartney e, una volta tanto, “non ci sono questioni a proposito della composizione nemmeno tra i due: lo stesso John dichiarò che era “completamente di Paul”, aggiungendo, in vena di gentilezze, che era “una delle sue canzoni preferite dei Beatles“. Questo quanto si legge ne Il Libro Bianco dei Beatles, una specie di Bibbia per chi ama i quattro di Liverpool.

E oggi, a distanza di tempo, è proprio McCartney a confermare che non solo a Lennon piaceva molto quel brano ma che è stata l’unica volta in cui il compagno gli ha fatto un complimento. Ospite del programma televisivo 60 minutes, sulla Cbs, Sir Paul, ora in promozione con il suo Egypt Station, conferma una “rivalità” tra lui e l’amico, impegnati costantemente in una specie di ‘gara a chi la scrive più bella’. “Se lui scriveva Strawberry Fields, io rispondevo con Penny Lane“, racconta McCartney. Una partita a tennis, un match irripetibile. E quell’unico complimento su Here, There and Everywhere Paul lo ricorda bene: “È davvero una bella canzone, ragazzo, mi piace”, gli disse Lennon. Inutile sottolineare che mentre racconta l’aneddoto, l’ex Beatle appare molto compiaciuto, anche perché probabilmente se ne frega di tale Mal Evans, assistente tuttofare dei Beatles, che rivendicò un intervento sul brano. Sempre stando al Libro Bianco di Franco Zanetti, Evans raccontò che una mattina, mentre si trovava in albergo insieme a Neil Aspinall, Paul entrò nella loro camera sorridente e baldanzoso: “Ho questa canzone ma sono impallato su una frase”, avrebbe detto. E pare che, a quel punto, Mal abbia suggerito “watching her eyes, hoping I’m always there”. Aneddotica per amatori: il pezzo ha dentro tutta l’anima di Paul ed è cosa palese al primo ascolto.

Here, There and Everywhere è una canzone dell’album Revolver, il settimo della band e uno dei più importanti della storia della musica. Dentro ci sono brani stampati nell’immaginario di tutti, come Eleanor Rigby (in questo caso, per esempio, Paul e John non si trovavano così d’accordo su ‘chi avesse scritto cosa’), Yellow Submarine, And Your Bird can Sing, For no One, Good Day Sunshine. E c’è anche I’m only sleeping, pezzo di Lennon che bene si presta all’indolenza dei primi fine settimana autunnali.

La storia di Lennon e McCartney, amici, ‘fratelli’, fuoriclasse, rivali, è stata raccontata tante volte senza perdere nemmeno un lustrino di fascino. E fa venire in mente che i due non sono i soli ad aver seguito questo schema. James Joyce e Ernest Hemingway, per esempio, erano molto amici. Certo non scrivevano insieme e non facevano parte di una band, ma si frequentavano molto, si confrontavano, si leggevano e si dice che Ernest partecipasse pure alle risse al posto di James, quando l’autore dell’Ulisse attaccava briga ma poi non se la sentiva di picchiare. E Joyce amava la scrittura di Hemingway. Gli avrà fatto valanghe di complimenti, con tutto il tempo che passavano insieme. Macché. “C’è moltissimo lavoro, dietro alla sua semplicità”. Ecco l’unica osservazione positiva di cui si conserva memoria. Amici, ‘fratelli’, fuoriclasse, rivali.

 

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