Un horror sgangherato in vetta al box office. Capita anche questo nel pazzo mercato cinematografico italiano. The Nun – La vocazione del male, il quinto capitolo di quello che dalle riviste di settore viene definito il “The Conjuring Universe” (e The Conjuring 1 e 2 erano prodotti di livello), ha totalizzato quasi un milione e centomila euro in due giorni di programmazione. E addirittura nel giorno d’uscita, giovedì 20, è schizzato al primo posto della top ten italiana superando Gli Incredibili 2 della Disney. C’è poco da scherzare. Sono numeri da blockbuster (che non è). Probabile che la febbre da suora demoniaca finisca anche presto, ma intanto i fatti parlano chiaro. Incasso bruciante e media copia (1201 euro per 411 sale) che supera di netto il sequel del titolo d’animazione diretto da Brad Bird (849 euro per 769 sale che calcola anche l’effetto “nucleo familiare” in sala dei film Disney). Peccato però che The Nun sia un filmaccio davvero brutto. Un interminabile supplizio di scenette affastellate senza capo né coda che rischiano di aprire un nuovo filone horror: quello del jump scare a casaccio. Intanto partiamo da quello che è stato uno dei trailer più visti online dell’ultimo mese ovvero quello con cui la Warner ha lanciato The Nun.

Un giochino visivo/uditivo legato al fatto che viene graficamente indicato che il pc o lo smartphone hanno il volume basso e quindi chi guarda deve subito affrettarsi ad alzarlo. Bingo! Ecco beccarsi a tutto volume urlaccio e apparizione della stregaccia indiavolata protagonista del film che ti salta agli occhi proprio come nel più classico jump scare. Dicevamo, non che esistano ricette infallibili e/o sacre, ma il “salto sulla sedia”, il brusco cambiamento d’immagine che fa sobbalzare, deve avere un senso, deve almeno provare ad essere l’ultimo, il penultimo tassello di un enunciato narrativo coerente e amalgamato. In The Nun invece se ne fa un uso bulimico come se fosse l’unico aspetto sintattico dell’intera operazione. Finendo per giungere al sesto, settimo jump scare con lo sguardo pallato da scorpacciata di pop corn.

Diretto da Corin Hardy (The Hallow), scritto da Gary Daubermann (suo il remake non proprio memorabile di It) e da James Wan (tanti, troppi progetti horror caro James) The Nun colloca l’avvistamento di un demone ultraterreno e totalizzante in un convento di suore della Romania nel 1952. Il suicidio di una delle religiose porta il Vaticano ad un’indagine sul campo che viene assegnata ad un tormentato e veterano esorcista, padre Burke (Demian Bichir – The Hateful Eight), e ad una giovane ancora non diplomata suorina (Taissa Farmiga, sorella di Vera, protagonista di The Conjuring) che propugna perfino le teorie darwiniste (che c’entrerà questo particolare così sbandierato per farla entrare in scena, bah?) agli scolaretti del collegio. Fin qui, venti minuti di film, tutto bene e calma piatta. Il problema è quando i due giungono nel boschetto romeno. The Nun letteralmente si perde, si inabissa, si infrange dentro ad un’asettica filosofia multilivello da videogame e ad una estenuante continua apparizione della suora bestiale che giochicchia, scherza, punzecchia i due convenuti. Certo, un’atmosfera vagamente alla Mario Bava ci può pure stare, una certa ricerca stile gotico nella casella “set design” è evidente anche se parecchio low budget (The Nun è girato realmente in Romania), ma è nella concezione di un’unità di senso spazio-temporale che il film frana clamorosamente. Pur avendo ben presente che siamo arrivati nel castello della paura, non è mai molto chiaro che luoghi stiamo esplorando con i due protagonisti. Se il prologo ad esempio disegnava una certa stanza come l’origine del male e della fuga verso il mondo terreno del demone-suora, questa disposizione di senso sparisce e tutto finisce per essere sempre, apparentemente, attimo di generica, frammentata, incolore paura da corridoio buio. Un’inquadratura un salto, un’altra inquadratura un altro salto, un’altra ancora e un altro saltello ancora. E via così fino allo sfinimento dovuto anche alla sovrabbondanza di dettagli/cliché dell’orrore da Esorcista (il crocifisso che si ribalta da solo sul muro, una, due, tre, quattro volte) o da strampalate incursioni cristologiche (le stigmate sulle mani di una suora che vuol dire?). Quando poi il terzetto (al prete e alla suora si aggiunge il bel contadino francese) viene diviso dalla potenza del male in tre angoli di castello/convento diversi, la bussola va in tilt. E non basta tuffarsi nella catarsi artificiosa ed effimera del gore (quando negli horror il sangue era sangue e “pesava” simbolicamente e metaforicamente…): The Nun è un pasticciaccio narrativo che meriterebbe un rito esorcizzante per farlo sparire.

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