Teresa Cordopatri, la baronessa coraggio, così come definita dal quotidiano francese Le Figaro si è spenta qualche giorno fa dopo una vita di battaglie per la dignità e contro lo strapotere mafioso. Ha lottato la baronessa, per le sue terre, per la sua libertà e per la libertà di tutti noi in un contesto ancora più difficile di quello attuale in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro.
Ha vissuto un lungo periodo caratterizzato da violenze, minacce, attentati, che trovano il loro epilogo il 10 luglio 1991, quando il fratello di Teresa Cordopatri, Carlo Antonio, viene brutalmente assassinato da un killer della mafia. A quel punto la lotta per la libertà, per l’affermazione del principio di legalità e contro l’indifferenza dello Stato, diventa l’unica ragione di vita di Teresa, che riconosce e denuncia mandanti e assassini. Ma il cammino per la giustizia è faticoso: “a volte offende ulteriormente – scrive lei stessa – chi è già stato offeso per tanto tempo dalla violenza e dai soprusi della mafia. Sono una donna sola, impoverita dalla mafia, privata violentemente dell’unico affetto che sarebbe stato di conforto alla mia vecchiaia. Oggi sono una donna che ha dovuto privarsi degli oggetti personali più cari per sostenere il costo della giustizia nei tribunali”.

Nel 1991 la baronessa coraggio assiste impotente all’agguato del fratello Antonio, che non ha firmato per la vendita delle terre di famiglia al boss Mammoliti. Il killer rivolge poi l’arma contro di lei. Per fortuna la pistola s’inceppa e donna Teresa scampa a quell’agguato. La baronessa raccoglie così l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Inizia la sua vita blindata e solitaria. Lontana da storie di eroismo e salotti.

Ma la sua battaglia non è solo contro i boss: è contro l’indifferenza, contro una sorta di cultura mafiosa che tenta in tutti i modi di sconfiggere. Per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, perché venivano minacciati dai mafiosi. Lei non si piega, si rimbocca le maniche e diventa anche operaia, con il solo aiuto di Angelica Rago Raizzi, sua cugina e compagna di battaglie.

Teresa Cordopatri denuncia anche l’ignavia del sistema giudiziario in Calabria. Tuttavia non diventa una eroina indiscussa, dovrà sempre combattere, difendersi, anche dal silenzio che la circonda. Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non è andato come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta: “Non avrei voluto – dice lei stessa – ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente”.

La storia di Teresa, donna coraggio ed esempio di legalità e impegno, invita alla riflessione. Nonostante abbia speso una vita per la legalità e contro la ‘ndrangheta, non è stata adeguatamente riconosciuta in quel territorio. Nessuno l’ha aiutata concretamente quando ha pensato di rimettere in piedi una attività nei suoi terreni. Ed è quello che spesso accade ancora. Come se ci fosse qualcosa oltre la ‘ndrangheta che spezza le ali degli onesti. “Nella lotta contro la mafia – ha detto la baronessa – la mia famiglia ha perso, perché ha ucciso l’ultimo dei Cordopatri”. Che il suo sacrificio almeno serva da insegnamento.

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