“Sai di avere quarant’anni quando ti innervosisci se compilando un form online fai scorrere il cursore in cerca dell’anno di nascita; quando avere amici più vecchi non ti fa sentire giovane; quando non riesci immaginare di farti vedere nuda da nessun altro; quando hai il senso del ridicolo; quando sai che l’estrema gelosia è la rovina dei rapporti; quando ti stupisci se qualcuno flirta con te; quando guardi Il laureato e ti identifichi con i genitori”. È disseminato di massime ironiche il libro della giornalista franco-statunitense Non si diventa mai adulti. E altre cose che ho impiegato quarant’anni a imparare (Sonzogno). Pamela Druckerman, già autrice del fortunato best seller sull’educazione Il metodo maman, questa volta si cimenta con un saggio a tratti ironico, ma che fa riflettere parecchio, sulla crisi di mezza età, quella che dai quaranta arriva poi ai cinquant’anni.

Il libro è originale anzitutto perché sono in pochi ad aver analizzato a fondo questa fascia di età. Ed è interessante leggerlo in Italia, paese dove a quarant’anni sei considerato ancora un bambino. Anche in politica, dove, ultime legislature a parte, gli incarichi di peso andavano minimo a over sessanta. Specie se uomo, qui gli ultraquarantenni – vedi Salvini, perennemente vestito da teenager – sono ancora ragazzi, e infatti i figli li facciamo tardissimo, senza renderci conto che quando andranno alle elementari saremo praticamene vecchi. In Francia è un po’ diverso e infatti la Druckerman sia ritrova a quarant’anni con tre figli piccoli ma non piccolissimi, già avviati sulla loro strada. E a quel punto vacilla. È una giornalista abbastanza nota anche se non famosa, ha un rapporto stabile da molti anni col marito. La crisi però parte non dalla testa ma dal corpo, perché a un certo punto l’autrice realizza che il suo fisico, così come quello dei suoi coetanei comincia lentamente a cedere. Piccole crepe, ma che danno il via a quella scissione prima fastidiosa poi via via con gli anni dolorosa tra la percezione soggettiva, di persona ancora funzionante, e quella oggettiva, di un corpo appunto che non corrisponde più al proprio immaginario. Druckerman racconta le sue spedizioni nei negozi francesi, dove commessi gelidi la indirizzano su abiti cui lei non avrebbe mai pensato, dove nessun vestito va bene e dove esce affranta dopo aver acquistato capi che il giorno dopo sistematicamente restituisce.

Ma la ricerca impossibile del vestito giusto è solo la parte più leggera della crisi di mezza età, che porta con sé soprattutto una riflessione sulla propria identità – chi sono davvero – e insieme una consapevolezza per la prima volta molto concreta della propria mortalità. L’autrice cerca di rispondere entrambi con una ricerca delle proprie radici, tanto che per un certo periodo di tempo si dedica allo studio del proprio albero genealogico, sotto gli occhi scettici di un marito intellettuale disincantato. Per lei è un modo di sentirsi radicata e insieme di capire la propria provenienza, e dunque in parte – appunto – la propria identità.

Ma dopo i quaranta cambia tutto, ad esempio anche la vita di coppia. La stanchezza è un velo costante che copre la relazione, si evita di litigare anche solo perché sfiniti, dice l’autrice, ma non tutto è negativo. Si accetta l’altro così com’è, senza pretendere che cambi, senza voler a tutti i costi sapere cosa faccia quando non è con noi. Si diventa realisti, ma anche saggi, che è un bene. Per le donne in particolare superare i quarant’anni e più significa avere la possibilità di diventare, secondo l’autrice, una “femme libre”, una bella definizione per indicare una donna libera interiormente, non importa se con marito e più figli, una donna che appunto ha compiuto un processo di riflessione su di sé e ha capito cosa conta veramente. E quindi può vivere secondo valori nuovi e relativizzando emotivamente una serie di aspetti prima vissuti con un eccesso di ansia e pathos.

Dalla Francia all’Italia, di nuovo. Leggere il libro della Druckerman è stimolante per qualsiasi donna (ma anche uomo) si trovi in mezzo al guado dei quaranta. Perché ti fa capire che saltare la fase di una riflessione anche dolorosa sul tempo che passa e cambia le cose, un tema che in tv e sui media viene accuratamente evitato e che anche il narcisismo dilagante spinge a negare, può portarti dopo a una vita straniata e grottesca, aggravando il momento inevitabile di confronto con un corpo che cede. Da questo punto di vista si tratta di u libro psicologico, non sociale. Ma non c’è dubbio che diventare una femme libre in Italia è più complicato. Perché, come dicevo, i figli – quando si fanno – si fanno tardissimo e a quaranta si è ancora schiacciati dalla cura di bambini piccolissimi. Perché, a differenza delle francesi le donne italiane lavorano meno e hanno occupazioni più precarie e meno pagate. Perché l’assistenza dei genitori anziani, cui pure il libro parla, è un vero e proprio macigno sulla testa di madri magari ancora alle prese, appunto, con neonati, specie perché mancano i servizi di cura sia per i piccolissimi sia per gli anziani. Per le donne italiane la crisi di mezza età si sposta in avanti. Ma la riflessione sul tempo che passa spesso si intreccia a quella di ciò che non è stato, ad esempio un figlio, ad esempio una carriera. Ed è un bilancio più amaro, non agrodolce come quello della Druckerman. E oggettivamente molto più doloroso.

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