Vergogna, puttana, fai schifo”. L’urlo sessista e violento proveniente dall’angolo centrale destro della Sala Darsena, alla fine della proiezione stampa di The Nightingale, terz’ultimo film in Concorso a Venezia 75, l’unico diretto da una regista donna, l’hanno sentito centinaia di persone. E a poche ore dalla fine del festival edizione 2018 tra gli addetti ai lavori non si parla d’altro. Già, perché il film dell’australiana Jennifer Kent ha per protagonista una donna che si vendica senza sconti dei torti mostruosi e brutali subiti da uomini, in un crescendo di ammazzamenti. La struttura è quella classica da “revenge movie” in un contesto storico carico di crudeltà e sopraffazione nell’Australia del 1825.

La ragazza irlandese (Aisling Franciosi), ex galeotta, viene stuprata a turno dai soldati inglesi che poi le uccidono figlia neonata e marito davanti agli occhi. Assieme ad un aborigeno, anch’esso infuriato contro i “bianchi” colonizzatori, attraverserà una foresta per tantissimi chilometri fino a compiere la sua vendetta. Insomma, un film che come nei classici thriller/horror (cosa che The Nightingale non è del tutto, ma ne parleremo nella recensione appena concluso l’embargo) monta un graduale meccanismo di identificazione con la vittima per arrivare appunto alla resa dei conti finale parteggiando per la ragazza. Ebbene, se qualcuno sostiene perfino di aver sentito dallo stesso settore della sala qualche applauso all’uccisione dell’aborigeno protagonista (lo so è uno spoiler, ma stiamo riportando un fatto di cronaca), sull’orribile ed idiota urlo finale non ci sono dubbi: è esploso mentre sullo schermo è apparso il nome della Kent.

Peccato che si trattasse di una proiezione stampa ufficiale con giornalisti provenienti da tutto il mondo. Insomma, in tempi di sensibilizzazione sul tema della rappresentazione poetica e materiale del femminile nei film e nel sistema cinema che accada un fatto del genere tra gli “addetti ai lavori” è davvero inquietante. Va bene il dissenso, fischi e “buu” all’indirizzo dell’operazione artistica e del suo creatore/creatrice o uscire dalla sala appena il film diventa insostenibile o inguardabile, ma un’offesa così orripilante, indirizzata direttamente alla regista, che in quanto donna merita di essere lapidata (a quando il “puttano” per i maschi?), lascia davvero di stucco.

Il tam tam sui social del fatto accaduto ha infine portato l’autore del gesto, il giovane regista torinese Sharif Meghdoud a palesarsi online con un’arrampicata sugli specchi che lascia ulteriormente di stucco. “Ci metto la faccia (…) sono stato io a gridare il deplorevole insulto ieri sera”, ha scritto Meghdoud sulla sua pagina Facebook dove pochi giorni fa ha pubblicato un selfie con il regista ungherese Laslo Nemes. “Un rigurgito uscito da una bocca che non pensava né a quello che diceva né alle conseguenze (…) Il mio gesto di ieri è da condannare per la sua natura estremamente esplicita e offensiva”. Meghdoud, classe 1998, autore di diversi film come La solitudine magnifica, si scusa con il direttore del Festival e della Biennale, come con il mondo del giornalismo internazionale: “Ovviamente non penso e non ho mai pensato le cose che ho detto. L’insulto viene fuori da un pensiero irrazionale e iperbolico di un cinismo che potrebbe andare bene, (ma in realtà anche no) al bar tra amici, ma che è assolutamente fuori luogo all’interno di una Mostra d’Arte“.

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