Circola su Facebook un filmato che riassume perfettamente le condizioni di questo Paese. È ripreso da un camionista incolonnato nel traffico. L’uomo si agita, si incazza, si scompone e poi comincia a tirare giù tutto il calendario dei santi. Sei minuti, sei minuti consecutivi di bestemmie. Creative anche, persino divertenti. Anzi, lo ammetto: mi sono sganasciato dalle risate e brucerò all’inferno per questo.

Destini personali a parte, nel filmato c’è tutto: c’è il Paese immobile, perennemente immobile anche quando la strada da percorrere è tendenzialmente dritta. Ci sono i furbi che cercano di svicolare ai lati per rimanere bloccati 5 metri più avanti. C’è il cittadino comune che si lamenta dei furbi, si chiede come sia possibile vivere così, ma senza capire di essere parte integrante del problema. C’è l’italiano che sfodera una creatività esilarante, ma totalmente sterile e fine a se stessa. C’è lo stesso cittadino che non rinuncia al momento di gloria e riprende con il telefono le sue gesta. E poi ci sono io che giudico e guardo, ma in fondo faccio la stessa cosa ogni volta che ne ho l’occasione.

Non so voi, ma io mi sveglio già incazzato al mattino: mi dà fastidio il sacchetto della spazzatura del vicino sul ballatoio. Mi danno fastidio i lamenti dei miei gatti che amo, ma che rompono le palle perché vogliono giocare sempre un’ora prima che suoni la sveglia. Mi dà preventivamente fastidio pensare che qualcuno possa avere – anche solo parzialmente – ostruito il vialetto del garage. Mi dà fastidio quella signora (stronza) che raccoglie i bisogni del cane ma poi lascia lì il sacchetto (perché il cassonetto è lontano). Mi dà fastidio e mi mette ansia l’idea stessa che potrei toccare lo stipite del garage con lo specchietto. Mi danno fastidio le zanzare che si spiaccicano sul vetro della macchina appena lavata. Mi dà fastidio arrivare in redazione e trovare gli oggetti degli altri lasciati sulla mia scrivania. E via così fino a sera…

… Più di ogni cosa mi date fastidio un po’ tutti voi che non avete il senso dello spazio: voi che usate l’automobile come se fosse un tir parcheggiato in terza corsia. Voi che andate al supermercato e vi muovete con il carrello come se aveste tra le mani una enorme protesi sessuale.

Ammettiamolo: siamo un Paese straordinario. Talmente straordinario che l’ordinario non esiste più. Il lavoro? E’ una emergenza. La sicurezza? E’ una emergenza. Sono una emergenza i migranti. Il traffico è una emergenza. I roghi sono una emergenza, il bullismo è una emergenza. Gli stupri sono una emergenza. Il sessismo lo è. La sicurezza dei ponti e delle strade… le curve vuote dello Stadio e le puttanate dei tifosi della Lazio. Tutto è emergenza, tutto affiora in superficie senza filtro. E siamo tutti incazzati neri, anche se non sappiamo con chi ce la dobbiamo prendere.

Ora, le questioni sono due: o io sono completamente andato, oppure il problema siamo noi tutti (“l’inferno che formiamo stando insieme”).

Pur non essendo io perfettamente stabile, propenderei per la seconda, se non altro perché ne ho parlato a cena con gli amici e non ho sentito arrivare ambulanze.

Anche loro, del resto, hanno la percezione di vivere perennemente sotto pressione. Sotto la cappa di una lunga lista di emergenze che li condiziona, li fa sentire perennemente in ritardo. Stanchi, oppressi, frustrati, ingiustamente incolonnati anche quando avrebbero i mezzi per saltare la fila e correre lontano. Adirati con il nemico che ci rovina l’esistenza o con l’ingiustizia che ci mette in minoranza: fa poca differenza.

Si potrebbe discettare a lungo sulle colpe di questa situazione. Ad esempio sulle responsabilità del ’68. Su quelle dei nostri genitori che ci hanno cresciuto con l’illusione che ci sia spazio per tutti (falso). Oppure sugli anni 80 e 90, talmente edonistici che mentre eravamo tutti strafatti il paese è andato a ramengo. Dare la colpa al centrosinistra schiavo delle banche e dell’Europa cattiva, ladro e per nulla di sinistra. Oppure dare la colpa alla destra (destra, destra, destra… ha ragione Veltroni: chiamiamo le cose con il loro nome) che agita spettri inesistenti per aumentare la tensione e avvantaggiarsene.

Ma ciascuna di queste cose è riduttiva e tutte insieme sono irriducibili: la paura funziona con chi ha paura. Ma davvero ne abbiamo così tanta? Di cosa? Di chi?

Non so rispondere, ovviamente. Sento però alcune cose che mi sento di condividere.

Chi per guadagnare il potere agita il caos, deve essere pronto ad affrontarlo. E non mi sembra che l’attuale classe politica sia abbastanza consapevole. Nel breve periodo alzare la tensione paga. Nel lungo periodo – c’è la storia a dimostrarlo – per gestire la tensione serve la forza. Non credo che Lega e M5s puntino alla dittatura fascista. Anche se temo che gli scapperà di mano la situazione.
Le promesse tornano a galla (a voi la similitudine). Promettere oggi vendetta – puniremo tutti i responsabili, elimineremo dalla vista quella brutta pigmentazione scura e risaneremo tutto in sei mesi – è semplicemente folle. Perché quando finiscono i nemici a cui dare la colpa dell’insuccesso si resta nudi come vermi. E lì le persone si ricordano di avere garantito il proprio sostegno fideistico. In un lampo, dall’amarci passano ad odiarci e poi, per fortuna, dimenticarci.
Ricordare per credere: Mussolini, Craxi, Berlusconi, Renzi.
La (giusta) pulsione a denunciare la Casta ha prodotto l’ossessione per il privilegio altrui. Pochi giorni fa, mentre leggevo un articolo su una nuova iniziativa culturale nel Lazio, sono rimasto sbalordito nel vedere il primo commento: “Chi paga per questa cosa, eh?”. Tra compenso legittimo e illegittimo arricchimento ci sono decine di sfumature che nessuno vuole cogliere più: “Come fai a permetterti questa cosa? Eh, eh? Confessa! Hai rubato“. Insomma, non prendiamo più nemmeno in considerazione il fatto che le persone possano ottenere dei risultati con il proprio talento.
Cancelliamo la parola emergenza. È frusta, rancida, avvizzita con la stessa velocità di petaloso. E se vogliamo opporci a questa logica dell’indignazione perenne senza esito – alla moda di “sapesse contessa”-  proviamo invece a mettere in ordine le cose. Ordinarietà, gestione: servono persone di talento e competenti. La competenza passa attraverso lo studio. Lo studio e la cultura devono essere sostenuti e finanziati. Questo è il primo punto. Imprescindibile, per chiunque voglia offrire un modello di società alternativo al rancore. Non oggi, non domani. Forse tra 20 anni.
È come la canzoncina del seme e dell’albero. Si riparte dall’inizio. Non dalla fine. Non ci sono ponti, non ci sono strade senza ingegneri. Non c’è giustizia senza magistrati, non c’è istruzione senza insegnanti preparati.
Finché chiederemo ai governi di risolvere le cose con provvedimenti “urgenti”, che sia la povertà o l’immigrazione il risultato sarà sempre un pasticcio. E soprattutto un alibi da sfoggiare a ogni occasione per incolpare qualcun altro prima di noi.

E se invece facessimo pace con la complessità e con l’ordinario? Questa sì è una emergenza da affrontare, porco di quel porco di quella puttana della…

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