Siamo uomini o capitani, direbbe – stavolta – il principe De Curtis. E se in una Olimpiade del calembour si cimentasse un emulo del nottambulo Marzullo forse ne verrebbe fuori un inedito “Tutti gli uomini possono esser capitani o i capitani non sempre sono uomini?”.

La cronaca ne vede contrapposti due. Uno “di fregata”, l’altro di uno schieramento politico.

Il primo si chiama Massimo Korthmeir, ufficiale superiore della Guardia Costiera e comandante della “Umberto Diciotti”, che oltre alle burrasche del mare ha deciso di affrontare con ardimento e consapevolezza l’inevitabile bufera conseguente il salvataggio di 177 profughi. E’ colpevole di aver rispettato il diritto del mare, il codice della navigazione, ogni altra legge. E’ reo di aver fatto il proprio dovere. Peccati mortali, imperdonabili in un Paese dove la legalità non è la regola e ogni tanto ci si limita a rievocarla con qualche iniziativa commemorativa o educativa.

Già, educativa. Ai ragazzi – un tempo inebetiti dalla televisione commerciale e ora ipnotizzati dai social – andrebbero dati questi esempi, senza aspettare un’occasione triste da ricordare magari con il fariseo gesto della deposizione di una corona cui partecipano incravattati comprimari di quel medesimo scempio.

In una Nazione in cui si parla – purtroppo con dovizia di elementi probatori – di trattativa Stato-Mafia, in una Italia in cui le Istituzioni sono calpestate anche da chi più o meno degnamente le rappresenta, bisogna rispolverare un esempio da seguire. Occorre un cambiamento di rotta, brusco, repentino. E’ necessario ritrovare la forza di dire “Signornò!” perché il rifiuto non è un atto di insubordinazione quando l’ordine è illegittimo o collide evidentemente con l’ordinamento giuridico.

Bisogna riscoprire l’esistenza dei “valori”. 

Se la scuola (quella “buona” scuola che di buono ha sempre meno) e la famiglia non riescono più nella loro missione, mi auguro ci riesca qualche vecchio libro. Ad averne l’occasione si dovrebbe ritrovare un vecchio romanzo di Rudyard Kipling, “Capitani coraggiosi”.

Edito nel 1897 dopo il successo dell’uscita a puntate sulla rivista americana MacClure’s Magazine, è un testo di rara attualità. Racconta di un arrogante e spocchioso giovinetto, figlio di un magnate del petrolio, un “rich kid” ante litteram, cui nulla mancava tranne la coscienza del valore del sacrificio e della fatica. Il giovane Harvey Cheyne Jr., disgraziatamente caduto da un transatlantico in pieno oceano, viene salvato da morte certa dall’equipaggio del peschereccio portoghese We’re Here (“Noi siamo qui”).

Harvey scopre la lealtà, la solidarietà, la fratellanza degli abili e coraggiosi uomini di mare, ma soprattutto si accorge del fascino di una vita diversa da quella priva di valori condotta fino all’incidente durante la traversata che doveva portarlo in Europa. Il prima insopportabile rampollo dei Cheyne si lascia incantare dall’esempio del capitano Disko Troop e sceglie di cambiare drasticamente atteggiamento nei confronti di chi e cosa lo circonda.

L’augurio è che le nuove generazioni (ma anche quelle più mature) scelgano il capitano giusto cui ispirare la propria condotta. L’altro auspicio è che i capitani come Korthmeir non si lascino intimidire da inevitabili pressioni e condizionamenti, lasciando che l’istinto e il cuore prendano il sopravvento perché proprio su quelli poggia la civiltà.

@Umberto_Rapetto