Durante il suo incarico al vertice della Basilicata, il governatore Marcello Pittella ha “coagulato intorno a sé un’aura di potere” che è solo “parzialmente scalfita dal suo allontanamento dal vertice della Regione”. L’esponente del Pd, dunque, può “contare su nuovi incarichi nel partito o in settori comunque di influenza che gli darebbero rinnovati occasioni di inserirsi, seppur in modo indiretto, in ambienti amministrativi con potenzialità significative di distorsione dei pubblici apparati, come è accaduto nelle vicende che qui ora interessano”. Per questo il Tribunale del Riesame di Potenza che ha respinto la richiesta di remissione in libertà presentata dai suoi legali, Emilio Nicola Buccico e Donatello Cimadomo. Il governatore si trova agli arresti domiciliari  nella sua abitazione di Lauria (Potenza) dallo scorso 6 luglio, con le accuse di falso e abuso d’ufficio. Pittella non si è dimesso, ma in base alla legge Severino è sospeso dal suo incarico visto il coinvolgimento nell’inchiesta della Guardia di Finanza e della Procura di Matera sulle raccomandazioni e sui concorsi truccati nella sanità lucana.

“Mercificava le sue funzioni” – I suoi legali attendevano le motivazioni del Riesame per iniziare a redigere il ricorso in Cassazione. Motivazioni che sono arrivate. E sono durissime. “Pittella non si faceva scrupolo, in modo sistematico e sprezzande, di asservire il potere istituzionale, che derivava dal suo mandato popolare, ai propri interessi elettorali e personali”, scrivono i giudici spiegando che “si è visto che l’indagato, mercificando le sue funzioni, ma anche spendendo una autorevolezza ed un potere più generici conseguiti dopo anni di militanza nel Partito democratico, avendo maturato amicizie conoscenze e appoggi in bacini elettorali non solo regionali, era in grado di governare procedure amministrative conducendole secondo i suoi desiderata senza esporsi in prima persona, ma profittando di personaggi satelliti mossi con i fili sottolissimi ma tenaci della promessa di avanzamenti di carriera o di benefici vari, in una scambio sinallagmatico sempre perfettamente funzionante grazie alla abilità dialettica ed alla astuzia delle parti interessate”.

“Fuori dai domiciliari può reiterare il reato” – In pratica il tribunale ha deciso di respingere la richiesta di liberazione di Pittella per due motivi: intanto perché può reiterare il reato. ” È probabile che l’indagato, se non sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, possa entrare in contatto con persone a lui ancora vicine, che contrando su un ritorno in termini di benefici personali potrebbero indursi ad assecondare il suo volere e abusando dei poteri esercitati nella pubblica amministrazione, condizionare e invadere illecitamente settori pubblici con interessi di rilievo, creare connivenze e partecipazioni soggettivi in modo da conseguire risultati illeciti analoghi a quelli rivelati dalle indagini in corso”.

“Può manipolare il materiale investigativo” – E poi – sempre secondo il Riesame, se rimesso in libertà il governatore piò inquinare le prove.  “Appare specifico e concreto il pericolo di inquinamento delle fonti di prova, ove si consideri la vasta rete di amicizie dirette e indirette che il Pittella ha ragionalevolmente costituito in Basilicata e anche in ambito ultraregionale grazie ai poteri esercitati come governatore. L’intreccio, anche culturare purtroppo, con contesti politici, sociali, ed economico in cui è prassi lo scambio clientelare di favori, la connivenza che ha coperto comportamenti di grave scompenso istituzionale o di vera e propria corruzione consentirebbe all’indagato, se non sottoposto all’attuale misura coercitiva di avvicinare e determinare soggetti già coinvolti nelle indagini o ancora non raggiunti dalle stesse, producendo una manipolazione del materiale investigativo già acquisito o da acquisire. Considerazione analoghe valgono rispetto al pericolo di recidivanza, che risulta quanto mai concreto, attuale e allarmante, per nulla eliso dalla sospensione dalle funzioni del presidente della giunta regionale imposta al Pittella a seguito dell’applicazione della misura cautelare in atto”.

“Tessuto sociale piegato alla logica del clientelismo” – I giudici non si limitano a trattare il ruolo dell’esponente del Pd ma tratteggiano anche il contesto in cui è maturata l’inchiesta. “È un quadro sociale degradato in modo incisivo quello disvelato dalle indagini. Sono emersi interessi distorti in ampi settori della vita pubblica, dalla politica alla Chiesa, per i quali la prwassi della raccomandazione sembra avere assunto il crisma della legalità a discapito del pubblico interesse per l’efficienza e l’imparzialità degli apparati amministrativi”, annotano. “Da una parte – continuano – la politica deviata con il suo know how tentacolare che si insinua, con strumenti illeciti nel tessuto sociale, a sua volta, culturalmente e moralmente piegato alla logica del clientelismo; dall’altra, un gruppo di pubblici funzionari alla ricerca di visibilità e potere, orientati nelle loro scelte istituzionali da becera avidità personale, pronti a svendere le loro prerogative in cambio di sistemazioni privatistiche per sé ed i propri familiari”.

“La raccomandazione ha un ruolo non margilale” – I magistrati si concentrano poi sull’oggetto principale di tutta l’indagine: la raccomandazione. “Non è seriamente ipotizzabile, a parere del tribunale, un ruolo marginale, esterno o addirittura ad adiuvandum dello strumento della raccomandazione o segnalazione che proviene da personaggi in grado di esercitare una coazione, anche solo ambientale, sul pubblico funzionario in vista di risultati dipendenti dell’eservizio del pubblico potere. Infatti, delle due, l’una: o la raccomandazione viene esternata allo scopo di influenzare la discrezionalità, o, peggio, il corretto esercizio della pubblica potestà di un soggetto in organico nella Pa o si risolve in mero esercizio dialettico privo di alcuna utilità”.

Gli avvocati: “Quadro indiziario lacunoso. Ricorso in Cassazione” – Dalle motivazioni del Riesame “emerge un quadro indiziario lacunoso, privo di elementi di novità rispetto all’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari. Le argomentazioni restano meramente congetturali, inidonee a giustificare la restrizione della libertà personale di Pittella. Il ricorso per Cassazione appare necessario al fine di ottenere una pronuncia che riconosca l’infondatezza della tesi accusatoria”, dicono gli avvocati Emilio Nicola Buccico e Donatello Cimadomo, legali di Pittella.  Nell’inchiesta il gip ha ordinato il carcere pei due persone, gli arresti domiciliari per altre 20 e l’obbligo di dimora per altre otto. In totale, gli indagati sono 34, oltre ai rappresentanti legali di due società specializzate nel trasporto di persone inferme.

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