Mario Congiusta è morto senza avere giustizia per l’omicidio di suo figlio Gianluca, ammazzato a Siderno il 24 maggio 2005. L’ha cercata, chiesta e pretesa per 13 anni quella giustizia. Ma lo Stato italiano non ha potuto, saputo e voluto dargliela. Aveva anche consegnato, per protesta, la sua tessera elettorale. Non voleva più votare e aveva perso fiducia in quella politica che, nonostante i suoi appelli, non aveva colmato un vuoto legislativo impedendo ai magistrati di considerare come prove le numerose lettere che il boss Tommaso Costa, già ergastolano, aveva scritto dal carcere.

“La mia privacy non può essere equiparata a quella di un criminale perché lo Stato mi offende”, sono state le sue ultime parole in un’intervista rilasciata nell’aprile scorso al IlFattoQuotidiano.it. Pochi giorni prima la Cassazione aveva annullato, per la seconda volta e senza rinvio, la condanna inflitta a Tommaso Costa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Il boss, che era stato arrestato dalla Dda nel 2007 per aver ucciso Gianluca, è stato riconosciuto colpevole solo di associazione mafiosa ma non per quei colpi di lupara che hanno ammazzato il giovane di 32 anni che si era opposto al pizzo che la cosca di Siderno voleva imporre al suo futuro suocero.

Una sentenza che Mario si aspettava perché già nel 2007 l’allora sostituto procuratore di Catanzaro Gerardo Dominijanni (oggi procuratore aggiunto a Reggio Calabria) aveva scritto, senza ricevere alcuna risposta, alla commissione parlamentare antimafia sottolineando “l’irragionevolezza” di una norma che necessità di una “modifica”.

Una modifica che Congiusta aveva chiesto anche all’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando e pure all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ma “nessuno ha mai risposto”.

E così la ricostruzione della Corte d’Appello che aveva condannato Tommaso Costa al carcere a vita, per la Cassazione era un “perimetro già ritenuto illegittimo”. L’assoluzione definitiva del boss è stato uno schiaffo a Mario, a tutte le battaglie antimafia che ha condotto in questi anni, sempre in prima fila e puntando il dito contro le cosche che controllano Siderno.

Uno schiaffo alla Calabria che ancora crede che ci possa essere un domani senza ‘ndrangheta, senza le sue estorsioni, senza i suoi omicidi.

Non si era mai arreso Mario, un uomo esile di corporatura e forte di carattere. “Io ho le mani pulite”. “Politica=giustizia ritardata”. E ancora: “Nessuna quietanza agli assassini liberi per sconti di pena”. Queste scritte sui guanti bianchi che indossava sempre durante le manifestazioni la dicono tutta su come la pensava Mario che non ha mai ceduto alle lusinghe della politica e non ha mai creduto ai politicanti che hanno cercato di sfruttare le sue battaglie per un momento di passerella antimafia. Gli stessi politicanti che poi non si sono costituiti parte civile nei cinque processi contro il boss Tommaso Costa, lasciandolo da solo a fare i nomi degli assassini di suo figlio.

“Questa è la giustizia in cui ho creduto fino a pochi mesi fa. Stanno dicendo ad altri giudici che non hanno capito nulla e che hanno sbagliato tutto. È possibile? – si domandava – La sentenza d’appello era blindata. C’era scritto che l’assassino era Tommaso Costa al di là di ogni ragionevole dubbio. Oggi non lo è più. Anche se venissero fuori altri elementi non può più essere processato. Mi sento un cretino perché ho perso 13 anni della mia vita credendo nella giustizia”.

All’indomani della sentenza, il “papà coraggio” di Siderno si era recato al cimitero, nella cappella della sua famiglia dove la tomba del figlio è l’unica che non ha il marmo. “È pronta per essere portata via. – Congiusta non si dava pace – Se questa è la giustizia e se questa è l’Italia, me ne vado e mi porto mio figlio perché non lo voglio lasciare in Calabria”.

Lo voleva fare veramente Mario. Aveva già messo in vendita la casa della sua famiglia. Non ce l’ha fatta. Un male incurabile lo ha stroncato dopo che lo Stato italiano gli ha negato giustizia.