Quelle dittature che minacciano la democrazia. Ecco il surreale titolo dell’omelia domenicale (dove si legge inoltre che “razzismo e populismo rappresentano l’intero schieramento gialloverde”) globalista del demofobo nonché teologo dei mercati apolidi Eugenio Scalfari. L’ennesima orazione in difesa dei mercati e contro ogni forza e ogni idea che possa metterli in discussione, subito ostracizzata e bollata come razzista, populista, fascista e rossobruna.

Addirittura, l’intrepido fiduciario dei mercati, il patrizio cosmopolita che pochi mesi addietro sosteneva che col governo gialloverde la plebe era ascesa al potere, richiama la presenza di una dittatura che minaccia la democrazia. Sic! Cioè una dittatura proletario-populista che minaccia la democrazia come scelta sovrana dei Mercati speculativi-finanziari e come autogoverno delle classi possidenti cosmopolite. Tale è ormai la democrazia – sit venia verbo – per i signori apolidi liberisti del danaro (Soros, Rockefeller, ecc.) e per i loro bardi di completamento intellettuale della sinistra libertaria del costume, di cui Scalfari e il suo rotocalco turbomondialista sono l’emblema tragicomico.

Scalfari e La Repubblica, va riconosciuto, hanno svolto una missione che con lo Hegel potremmo definire weltgeschichtlich, “cosmostorica”. Hanno molecolarmente traghettato l’elettorato veterocomunista del PCI (anticapitalista, anti-imperialista, proletario) verso l’adesione integrale alla modernizzazione capitalistica dei costumi e dell’immaginario del free market e free desire. L’hanno gradualmente riorientato dalla lotta al capitalismo alla lotta contro tutto ciò che possa ostacolarlo, subito diffamato come fascista, populista e dittatoriale. Hanno, insomma, ridefinito l’immaginario del quadrante sinistro del popolo italiano in senso liberal-libertario e globalista, filoatlantista ed europeista, antirusso e filoimperialista.

L’ultima trovata di Scalfari e del suo rotocalco, L’osservatore Romano della globalizzazione capitalistica, è di nascondere dietro l’ormai ubiquitaria categoria di populismo il loro sovrano disprezzo per il popolo, per le masse nazionali-popolari ancora radicate nelle tradizioni e non immerse nei flussi della sorosiana open society liquido-finanziaria, ancora interessate al salario dignitoso e alla famiglia più che alla centrifugazione postmoderna delle identità e ai “diritti civili”, come la classe dominante cosmopolita chiama i propri capricci trasformandoli in diritti di cui solo essa può poi godere. Insomma, attaccano il populismo, in realtà odiano il popolo. Sono i demofobi dell’aristocrazia finanziaria turbomondialista e iperclassista senza frontiere.