Non sono una giuslavorista, sindacalista o esperta di contratti. Però il tema del lavoro, in particolare autonomo e precario, lo seguo da anni, come seguo le politiche sciagurate che gli ultimi governi di destra e di “sinistra” hanno messo in atto nei confronti dei lavoratori. Ultima, la decisione di abolire l’articolo 18,a favore di un contratto a tutele crescenti che di tutele ha ben poco, mentre ha reso i lavoratori dipendenti meno mobili e completamente ricattabili da parte del datore di lavoro. Guardando quindi con queste lenti il “decreto dignità”, appena diventato legge, non posso che giudicare favorevolmente il principi di fondo a cui si ispira, e cioè quelli di una stretta sull’uso e abuso di contratti a termine – diminuisce l’arco di tempo per il quale possono essere usati, si introduce la necessità di una causale per il loro rinnovo, aumenta il loro costo contributivo, aumentano le mensilità a protezione del lavoratore in caso di licenziamento –  di un contrasto alla delocalizzazione delle aziende, di una promozione del lavoro stabile, attraverso l’estensione della decontribuzione già prevista dal governo Gentiloni per gli assunti sotto i 35 anni.

Al di là degli aspetti tecnici, il punto sollevato dalla legge – che tra l’altro contiene misure radicali e veramente importanti di contrasto alla ludopatia – è culturale: non possiamo unicamente parlare di introdurre misure di welfare, per quanto robuste come il reddito minimo, se non diamo anche il messaggio, alle imprese come ai lavoratori, che non si possono utilizzare i lavoratori usa e getta, che l’utilizzo selvaggio di voucher – che pure restano, anche se con regole abbastanza confuse – e di contratti volatili e costantemente a termine ha mostrato ormai la corda, generando masse di working poor che non riescono a sopravvivere, mentre al tempo stesso deprimono l’economia perché non consumano. Ci hanno esasperato con la retorica della flexsecurity, con l’unico risultato che la flessibilità è diventata estrema – oggi si lavora a qualsiasi ora del giorno e della notte per qualsiasi quantità di ore con qualsiasi contratto per qualsiasi importo – mentre la sicurezza è sparita, lasciando spazio al deserto del disagio sociale, della povertà, dell’insicurezza, un tempo appannaggio solo di non lavoratori e disoccupati.

È per questo che ho trovato pretestuose non solo le polemiche sui presunti ottomila disoccupati utilizzati come una bandiera dal Partito democratico, così come l’uso veramente strumentale di storie personali,  fatte da alcuni giornali oppure sempre dagli stessi politici – con alcuni autogol, come quello di una lavoratrice che ha risposto polemicamente a Maurizio Martina –  a dimostrare che la legge è ingiusta perché ci sono dei contratti non rinnovati: è ovvio e possibile che ci siano licenziati, ovviamente, quando si agisce ci sono conseguenze sui singoli, il problema è se c’è o meno un beneficio complessivo. Con questa logica del non toccare nulla allora dovremmo anche evitare, che so, di fare leggi di contrasto sul lavoro nero visto che alcuni datori di lavoro potrebbero non voler più far lavorare le persone se non in nero. E così via.

Tra le critiche quelle che mi hanno maggiormente e negativamente colpito ci sono quelle dell’ex senatore Pd Pietro Ichino, ideatore, com’è noto, del famoso contratto a tutele e crescenti e grande sostenitore dell’abolizione del Jobs act. In un primo articolo sul decreto dignità Ichino sostiene che secondo Di Maio la dignità del lavoro dipende dalla sua stabilità e critica questa tesi, visto che per il professore la dignità non c’entra nulla con la stabilità (anzi, un eccesso di protezione “favorisce una perdita di dignità del lavoro”). In altre parole, per Ichino, promuovere la stabilità non significa promuovere la dignità del lavoro, altrimenti questo equivarrebbe a dire che “quel lavoratore su sette che è assunto a termine lavora in condizioni non dignitose” (e infatti così è).

Ma soprattutto Ichino vorrebbe smentire l’esistenza di un eccesso di contratti a tempo determinato, sostenendo che l’Italia è in linea con l’Europa quanto a instabilità del lavoro e contratti a termine e che il concetto di “job property” è sbagliato. Infatti, spiega, tantissimi ragazzi se ne vanno in Olanda, Germania, Gran Bretagna etc dove l’articolo 18 non c’è. Argomentazioni che hanno dell’incredibile, perché allora non si spiega, appunto, perché i ragazzi italiani non si accontentino dei contratti precari italiani. Il fatto è che Ichino, professore esperto, non spreca tempo ad analizzare le retribuzioni, nonché la forma e la durata, dei contratti a termine italiani. Forse lì troverà la risposta all’emigrazione di massa di giovani, spesso iperformati, che se ne vanno dall’Italia accettando tranquillamente contratti a termine: ma ottimamente pagati e con contratti di vera flexsecurity, non la disperazione di guadagnare due o trecento euro al mese, magari per tre mesi, o peggio intascare cinque euro all’ora, per qualche ora alla settimana, solo quando qualcuno ha bisogno di te, o il lavoro a chiamata solo i weekend per poche centinaia di euro al mese.  Disperazione che Ichino, così come tanti come lui che sembrano vivere in un altro paese, non ha mai provato sulla sua pelle, da professore ordinario e parlamentare.

Tornando alla legge. Non c’è dubbio che si tratti solo di misure parziali e al momento incapaci, di per sé, di arginare il lavoro precario più selvaggio, quello che sfugge a statistiche e controlli. Per quello ci vorrebbero massicce dosi di ispettori del lavoro, ma soprattutto una conoscenza maggiore degli ambiti, alcuni inaspettati, nei quali il lavoro precario e a basso costo è ormai un fatto acquisito. Non solo: nulla c’è nella legge per le donne, che insieme ai giovani sono la parte della società in maggiore sofferenza. E’ dimostrato che l’aumento dell’occupazione femminile non solo farebbe schizzare in alto il Pil, ma è la formula più efficace per ridurre la povertà delle famiglie e quindi, in quanto secondo stipendio, dei bambini (oltre un milione e mezzo).

Di sicuro la nuova normativa ha molte falle, ma la direzione culturale, ripeto, è giusta. Ma soprattutto non può essere criticata da chi, dicendosi di sinistra, ha smontato stabilità e sicurezza del lavoro in nome di un modello europeo che mai è subentrato, a favore invece di ulteriore devastazione dei lavoratori, sempre di più poveri, instabili, insicuri.

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Non riesco a rispondere a tutti i commenti ma leggo tutto, grazie.