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giovedì 02/08/2018

Emigrati, 2018: fuga dall’Italia. In un anno via in 285mila: siamo tornati ai livelli record degli Anni 50

Nuova emigrazione - Secondo le elaborazioni Idos, le cifre sono più del doppio di quelle ufficiali

Se la cosiddetta “emergenza immigrazione”, con i suoi drammi umani e le sue polemiche politiche, occupa le prime pagine dei giornali e le aperture dei Tg, c’è un altro fenomeno migratorio in Italia più consistente ma più trascurato: l’emigrazione degli italiani. Secondo i dati elaborati dal centro studi Idos (organizzazione indipendente sponsorizzata tra gli altri da Unar, Caritas e Chiesa Valdese) nel 2017 se ne sono andati dall’Italia circa 285 mila cittadini. È una cifra che si avvicina al record di emigrazione del Dopoguerra, quello degli anni ‘50, quando a lasciare il Paese erano in media 294 mila Italiani l’anno.

L’Ocse segnala come l’Italia sia tornata ai primi posti nel mondo per emigrati, per la precisione all’ ottavo, dopo il Messico e prima di Viet nam e Afghanistan.

Del fenomeno dell’espatrio degli italiani, ha parlato a inizio luglio il presidente dell’Inps, Tito Boeri, presentando il rapporto annuale dell’Istituto. “Nel confronto pubblico degli ultimi mesi si è parlato tanto di immigrazione e mai dell’emigrazione dei giovani, del vero e proprio youth drain

cui siamo soggetti”, ha detto Boeri, “la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi. Nel 2016, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati dell’Anagrafe italiani residenti all’estero, abbiamo perso altre 115.000 persone, l’11% in più dell’anno precedente. E potrebbe essere una sottostima”. È proprio sull’ipotesi di sottostima a cui ha accennato Boeri che hanno lavorato i ricercatori dell’Idos. “I dati ufficiali, quelli dell’Istat”, spiega il presidente Luca Di Sciullo, “si riferiscono alle cancellazioni anagrafiche registrate dall’Aire, ma la cancellazione dal comune di residenza non è un obbligo, molti italiani si trasferiscono senza spostare la residenza, anche se poi la fissano nel nuovo Paese”. Per ottenere dati più realistici si è guardato agli archivi dei principali paesi d’accoglienza, relativi ad adempimenti obbligatori come la registrazione di residenza o la copertura previdenziale. Mettendo insieme questi dati viene fuori che la cifra registrata dall’Istat, circa 114 mila italiani espatriati nel 2017 (in linea con il 2016) va moltiplicata per 2,5, portando il dato a 285 mila persone, un flusso che è aumentato del 50% negli ultimi 10 anni.

Dal lato dei rimpatri, l’incidenza negli ultimi anni è scesa a meno di un terzo, circostanza che, se abbinata al recente calo dell’immigrazione (16 mila sbarcati nel primo semestre 2018, contro i 76 mila del primo semestre 2017), e al costante calo della natalità, è destinata, a impoverire il Paese e metterne sotto pressione il sistema previdenziale.

I nuovi emigranti non aderiscono al cliché anni ‘50 del bracciante del Sud che lascia il paesello con la valigia di cartone. Oltre la metà espatria dalle regioni del Nord; circa un quarto dal Centro, mentre quelli che espatriano dal Sud e dalle Isole sono meno di un quarto del totale. Il grosso dell’emigrazione dal Sud, come indica il rapporto Svimez (articolo sopra), si trasferisce nelle regioni del Centro Nord italiano.

Chi espatria, va principalmente in Europa (Germania e Gran Bretagna in testa). E se fino al 2002 il 51% degli emigrati con più di 25 anni aveva al massimo la licenza media, ora quasi un terzo sono laureati. Questa “fuga di cervelli” per il Paese rappresenta una perdita in tutti i sensi. Ogni emigrato istruito è infatti come un investimento che se ne va: mediamente 164 mila euro per un laureato, 228 mila un dottore di ricerca, secondo i dati dell’Ocse. Circostanza che però non ne fa necessariamente i candidati per lavori più qualificati.

Secondo il “Rapporto italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes, la maggior parte continua a trovare impiego in occupazioni poco qualificate, ristoranti e pizzerie in cima alla lista.

Scelta comunque preferibile a quella di rimanere con le mani in mano, o accettare quei lavori a intermittenza e sottopagati che nel mercato del lavoro italiano sembrano essere diventati la principale prospettiva per i giovani.

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