Dopo due anni di gestione amministrativa regolata sulle emergenze, la giunta capitolina si misura con la riqualificazione dello spazio pubblico: Tiberis” è il primo lido sul Tevere della Capitale, diecimila metri quadrati di area attrezzata realizzato all’altezza di ponte Marconi. L’intervento dovrebbe valorizzare una parte del fiume Tevere ma si rivela invece un disastro, un intervento trash, inteso come “emulazione fallita di un modello di riferimento alto” (cito T. Labranca , Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash) .

Nelle intenzioni della giunta M5s infatti – che aveva preso ad esempio gli interventi di recupero del lungo Senna di Parigi realizzati al motto di venez flaner, venez balader – “Tiberis” avrebbe dovuto competere con le Paris-plages e i progetti realizzati nelle altre capitali europee; ma l’episodico intervento nostrano, (o meglio l’allestimento, il progetto di architettura è inesistente, ed è questo il motivo del suo fallimento) non riqualifica ma si limita a rappresentare il decalogo domestico della mestizia urbana: tutto quello che non si dovrebbe fare in uno spazio pubblico e che è consentito invece – se votato a maggioranza – in un privato condominio.

Sul “lido Tiberis” per l’appunto, mancano solo i nanetti da giardino – quanto si poteva fare in termini di cattivo gusto e sciatteria per l’“arredo urbano” e l’“allestimento” contribuendo a rafforzare l’immagine periferica di Roma, provincia d’Europa – purtroppo, è stato fatto.

L’approssimazione domina: dalla recinzione dell’area con rete elettrosaldata plasticata verde (il rotolo da dieci metri costa circa 15 euro e si usa per delimitare gli orti e gli spazi per gli animali da cortile) alla finta anfora romana dalla quale fanno capolino i fiori, leziosamente adagiata ai piedi delle artefatte dune di sabbia rovente, sulle cui sommità, sistemate alla bell’e meglio, svettano alcune foglie con lamina a ventaglio che dovrebbero alludere alle palme tropicali. Dalla provvisorietà dei container adibiti a spogliatoi e bagni chimici (che siccome “pareva brutto” sono stati “abbelliti” e quindi ricoperti dall’incannucciata, stile Osteria dell’incannucciata, appunto); alle cabine-docce con telo di plastica verde che ricordano la precarietà dell’allestimento di un campo della Protezione civile; passando infine per le obsolete, ma immancabili, fioriere cafone.

Queste ultime nobilitate da un’ulteriore e fondamentale funzione oltre a quella – cosiddetta – decorativa: con il loro peso, tengono fermo il telo pacciamante in polipropile nero che si dispiega nell’area per centinaia di metri quadrati e che ha la funzione di trattenere l’esuberante vegetazione infestante sottostante. E’ questa grande distesa nera che ha il maggiore impatto visivo all’arrivo al “Tiberis” e che rimanda, inevitabilmente, all’immagine dei teli che ricoprono le montagne dei rifiuti delle discariche. Concludono il decalogo domestico la panchina di ordinanza dell’Ufficio giardini di Roma, i vezzosi ombrelloni a pagoda e una serie di dettagli trasandati come i gradini di accesso all’”arenile” realizzati in mattone tufaceo (!).

Per arrivare a questo mediocre risultato che offende i romani e che dovrebbe mettere in imbarazzo le stesse istituzioni è stato “creato appositamente un Ufficio speciale che ha messo insieme i tanti soggetti istituzionali competenti, tra cui la Regione Lazio, l’Autorità di Bacino e la Capitaneria di Porto”. Se, come afferma la sindaca Raggi, “il rilancio e la valorizzazione del fiume Tevere è una delle priorità del suo mandato” perché ha aspettato due anni ad avviare il progetto? Perché non ha promosso da subito, un concorso di progettazione per il recupero del lungo Tevere che avrebbe garantito almeno un risultato decoroso, senza spreco di denaro pubblico?