di Andrea Kalajzic*

In Germania, il dibattito successivo allo scoppio della crisi debitoria nell’Eurozona ha portato alla luce una posizione rigidamente ortodossa, condivisa dalla Bundesbank e dal ministero delle Finanze tedesco, fortemente critica verso la Cancelleria e le istituzioni europee. L’illustrazione probabilmente più completa di questa posizione si trova in alcune pubblicazioni del più prestigioso tra gli economisti conservatori tedeschi, l’ex presidente dell’Ifo Institut for Economic Research di Monaco di Baviera, Hans-Werner Sinn.

All’inizio del nuovo millennio, Sinn era tra coloro che si aspettavano una spinta alla crescita europea e alla convergenza tra le economie dei Paesi aderenti alla moneta unica per effetto di una più efficiente allocazione dei capitali nell’Eurozona. Secondo Sinn, gli squilibri di parte corrente e i crescenti differenziali di inflazione osservati nell’area dell’euro durante gli anni precedenti lo scoppio della crisi andavano quindi interpretati come inevitabili manifestazioni temporanee di un processo di convergenza virtuoso tra le economie reali dei Paesi “periferici” e “centrali” dell’Eurozona.

La crisi ha però spinto Sinn a riconsiderare le sue previsioni ottimistiche. L’economista tedesco parte dalla constatazione che la crisi nell’Eurozona deve essere considerata come una crisi da indebitamento estero, la cui origine è di natura principalmente privata (famiglie e imprese finanziarie) piuttosto che pubblica. Pertanto, l’aumento dei deficit e dei debiti pubblici in rapporto al Pil osservato in Europa dopo il 2008 rappresenta una conseguenza e non la causa della crisi.

Sinn osserva che, indipendentemente dall’origine dei debiti esteri, i risparmi dei Paesi “centrali” dell’Eurozona intermediati dalle grandi banche e assicurazioni nord europee (in particolare da quelle tedesche) hanno drogato artificialmente la crescita delle economie dei Paesi “periferici”, favorendo non solo eccessi di spesa pubblica in Grecia e in Portogallo, ma, soprattutto, la formazione di bolle immobiliari in Spagna e in Irlanda. Questa crescita drogata è all’origine dei crescenti differenziali di inflazione che hanno minato la competitività dei Paesi “periferici” dell’Unione.

Sinn prosegue la sua analisi rigettando le accuse di neomercantilismo dirette alla Germania, affermando che, negli anni successivi all’introduzione della moneta unica, l’emorragia di risparmi verso le “periferie” europee ha provocato una caduta degli investimenti cui è seguita una lunga stagnazione dell’economia tedesca. A causa della caduta dei redditi, l’attivo della bilancia commerciale tedesca derivava quindi soprattutto da un deficit di importazioni. Pertanto, la Germania non poteva essere considerata come la vera beneficiaria dell’introduzione dell’euro.

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