Michel Foucault sosteneva, già nel lontano 1978, che se vedi due ragazzi gay «che se ne vanno a dormire nello stesso letto, in fondo li si tollera, ma se la mattina si risvegliano con il sorriso sulle labbra (…) e affermano così la loro felicità, questo non glielo si perdona». Mi sembra una premessa più che adeguata per commentare quanto sta accadendo contro Sergio Lo Giudice, ex senatore del Partito democratico poi nominato responsabile per i diritti civili da Martina.

La cosa ha fatto arrabbiare le solite e i soliti noti. È partita Arcilesbica, con una lettera in cui chiedeva al segretario del Pd di ripensarci. Poi tre femministe, dentro lo stesso partito, hanno deciso di andarsene e hanno proseguito i cattodem, che in diciotto – tra ex parlamentari non riconfermati e quelli attualmente in carica – criticano Martina per aver messo nel posto giusto la “persona sbagliata”: le ragioni non stanno nella valutazione delle capacità politiche di Lo Giudice, ma in quello che si configura come un volgare attacco sulla sua vita familiare. L’accusa, infatti, è quella di essere un fautore del cosiddetto “utero in affitto”.

Quanto questa polemica sia strumentale e fuori dalla realtà, ce lo fanno capire i comunicati di due associazioni Lgbt. Le quali – contrariamente a chi attacca l’ex senatore – danno prova concreta di combattere quei fenomeni di odio sociale contro le persone Lgbt. Il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma fa notare che sia per certi settori del femminismo italiano, sia per i cosiddetti cattodem, il problema da affrontare non è la politica disumanizzante del governo del cambiamento, Salvini in testa.

Marilena Grassadonia, di Famiglie Arcobaleno, mette l’accento sulla strana convergenza tra chi dovrebbe essere interno al movimento Lgbt – e magari di sinistra – e poi finisce a riproporre «alleanze innaturali» con la destra più becera. A queste considerazioni, fa eco Monica Cirinnà che ribatte: «Chi lo critica lo fa con le stesse parole usate da Maurizio Gasparri in aula contro di lui. Rifletta, chi lo attacca, dal chiuso delle proprie caverne». E tra i critici ci sono: Arcilesbica, i cattodem e un certo femminismo secondo me borghese e apparentemente omofobo.

Al di là delle valutazioni politiche della vicenda, credo – come ho già scritto altrove – che la cosa che si contesta a Sergio Lo Giudice è di essere un padre gay. Siccome è scomodo dire questo, anche tra i cattodem, lo si dipinge come alfiere dell'”utero in affitto”. Ciò che non gli si perdona, in altre parole, è di essere un maschio omosessuale che ha realizzato il suo legittimo desiderio di paternità. Perché voler essere genitori è un desiderio legittimo, che stranamente non contestiamo a mafiosi, criminali, ecc. Per i maschi gay si fa sempre un’eccezione.

Lo Giudice ha avuto due figli, in modo lecito: a norma di legge, in un paese che tutela i diritti delle donne gestanti. Contestare questo dato di realtà è difficile – a meno di non dover ricorrere a falsità e mistificazioni – e allora ci si rifugia in narrazioni demonizzanti e si richiama un non meglio identificato concetto di “dignità della donna”, mito molto in voga tra i cattodem. Gli stessi che però, a ben vedere, aderiscono ad un sistema di credenze che quel concetto lo disattende ampiamente.

A tal proposito, basterebbe guardare la storia del cattolicesimo e, soprattutto, il suo presente. Come può parlare di “dignità della donna” il credente di una religione che considera le donne non degne di essere ministre del loro dio in terra? E questo è solo il caso più lampante del tempo in corso. Ma sto tergiversando.

A Lo Giudice, dicevo, non si perdona di aver tentato di costruire una sua personale felicità. E Foucault, già citato in apertura, ci insegna che le società omofobe non sopportano di vedere gay felici. Per questo credo che chi si oppone alla sua nomina a responsabile per i diritti civili dentro il Pd, dovrebbe prima fare un lungo lavoro di analisi nei confronti del proprio irrisolto con l’omosessualità maschile. Solo dopo, semmai, potrebbe considerare l’idea di fare politica.

Di certo, e questo è innegabile, se tutte le soggettività critiche già citate agissero con la stessa determinazione e con analoga solerzia contro l’omo-transfobia largamente presente nel nostro Paese, contro la violenza di genere a danno delle donne e contro gli orrori del salvinismo imperante, l’Italia sarebbe sicuramente un posto migliore in cui vivere. E invece il problema pare essere la felicità di un uomo che è padre e anche gay. Ne prendiamo atto.