Guiderò i negoziati con l’Unione europea”. Con queste parole Theresa May ha formalizzato la decisione di prendere direttamente il controllo delle trattative sulla Brexit, entrati ormai nei mesi finali e tuttora in una fase delicatissima. Lo si legge in una dichiarazione scritta indirizzata dalla stessa premier al Parlamento nella quale si precisa che May assume “la responsabilità complessiva di preparare e condurre i negoziati” con Bruxelles, affidando un ruolo cruciale nella definizione delle strategie al suo consigliere Ollie Robbins, pur facendosi rappresentare come vice al tavolo delle trattative con il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier, dal neo ministro per la Brexit, Dominic Raab. Lo stesso Raab aveva dichiarato già esplicitamente nei giorni scorsi ai Comuni, subito dopo la nomina, di aver accettato un ruolo vicario rispetto alla premier in questa fase sul cruciale dossier del Brexit. Quindi con poteri decisionali inferiori rispetto al suo predecessore, David Davis.

Nella sua comunicazione May ha informato il Parlamento che Raab e il ministero della Brexit continueranno a sovrintendere all’introduzione della nuova legislazione post-Brexit nel quadro dello EU Withdrawal Act, il nuovo “Libro Bianco sull’uscita dall’Ue, approvato definitivamente nelle scorse settimane, nonché alla preparazione dei piani d’azione da adottare “nel caso sia di accordo con Bruxelles, sia di no deal“, ovvero nel caso in cui le trattative non si concludano con un’intesa. Mentre nei negoziati di Bruxelles il ministro si limiterà di fatto a rappresentare la premier e a seguirne le direttive. Su entrambi i fronti è previsto “il supporto della European Unit” costituita a Downing Street sotto la guida di Robbins, alto funzionario di grande esperienza, la quale avrà peraltro un ruolo guida di coordinamento sulla definizione della piattaforme negoziale.

Oggi stesso Raab ha affrontato un’audizione in commissione in cui diversi deputati, in particolare dall’opposizione laburista, lo hanno sfidato a dare indicazioni concrete sui piani del governo conservatore di fronte alla temuta ipotesi di un no deal: ipotesi che May insiste a dire di non volere, ma che ammette ormai – come anche Bruxelles – essere possibile. Il ministro ha poi illustrato in una nota scritta i passaggi dell’attuazione dell’EU Withdrawal Act, destinato a entrare in vigore a partire dal 29 marzo 2019, scadenza prevista per la formalizzazione della Brexit, ribadendo l’obiettivo di un’uscita “liscia” dall’Ue secondo le indicazioni del Libro Bianco. Il quale prevede, inoltre, che Londra rimarrà soggetto alle leggi Ue fino alla fine del 2020. Mantenere la predominanza delle leggi Ue su quelle britanniche “è necessario” nel corso del “periodo di transizione”, afferma il documento secondo quanto riportato dal Financial Times.

Intanto il governo cerca di recuperare consenso e formalizza alcuni aumenti di stipendio nel pubblico impiego resi possibile dalla recente abolizione del tetto massimo dell’1% d’incremento introdotto a suo tempo sotto David Cameron in nome dell’austerity. In totale a beneficiarne saranno oltre un milione di persone: fra insegnanti, che percepiranno aumenti del 3,5%, militari (+2,9% in media) e guardie carcerarie (+2,75%). In precedenza era stato già annunciato un primo allargamento della cinghia, ma solo per la sanità pubblica (Nhs), la polizia e parte del sistema scolastico.

Secondo la Bbc, quelli indicati oggi sono gli incrementi salariali più consistenti nel settore pubblico d’Inghilterra e Galles da 10 anni. E saranno finanziati dai ministeri competenti, non con nuovi fondi del Tesoro. Sindacati e opposizione laburista restano però tiepidi e invocano un aumento generalizzato del 5% solo per recuperare la perdita di potere d’acquisto causata dall’austerità fin dal 2010.