Donald Trump è il primo presidente statunitense totalmente indifferente alle arti. Questa la tesi contenuta in un ricco e illuminante articolo scritto da Dave Eggers, pubblicato qualche settimana fa dal New York Times, e passato sotto silenzio tra le testate europee ed italiane. Lontano da facili prese di posizione ideologiche e precostituite, Eggers ha compiuto una banale e semplice conta su quanti artisti Trump ha invitato alla Casa Bianca in oltre un anno e mezzo dal giorno del suo insediamento. Il risultato, per Eggers, è nel numero di due: Ted Nugent (un cantante definito “il feticista delle pistole” nonché un signore incline all’offesa facile verso gli Obama e i Clinton) e Kid Rock (figura non proprio estremista, spesso vicino alle battaglie sui diritti degli afroamericani).

I due hanno fatto un tour piuttosto informale della Casa Bianca nell’aprile del 2017 in compagnia nientemeno di Sarah Palin che, se non è la versione interpretata da Tina Fey, allora non può far salire al tre il numero degli artisti sul tabellino di “The Donald”. “A parte le esibizioni occasionali della banda della marina, alla Casa Bianca non c’è praticamente più musica”, scrive Eggers. “Trump è il primo presidente non solo indifferente alle arti, ma attivamente ostile agli artisti. Recentemente ha screditato Hamilton, il musical di Lin-Manuel Miranda, su uno dei padri fondatori degli Usa, Alexander Hamilton (…) poi ha detto di non aver tempo di leggere libri (“leggo paragrafi, brani, capitoli”). E al di fuori dei suggerimenti che gli danno i suoi fedelissimi, da quando è presidente ha menzionato in un tweet solo un saggio: Fuoco e furia (il libro in cui Michael Wolff descrive Trump come un incompetente ndr). E non si trattava di un’approvazione positiva”.

Chiaro, se come confronto ci piazzi Obama, chiunque ne uscirebbe sconfitto. Basti citare il ritornello di Sweet Home Chicago cantato da Barack nel febbraio 2012 alla Casa Bianca, al cospetto di B.B.King, Mick Jagger e Booker T. Jones , durante un concerto per celebrare la musica americana, nella fattispecie il blues. Già perché il pallino dell’arte americana non è stato soltanto una fissa dell’ex presidente democratico, bensì un’attività piacevole, esibita, e sentita anche da diversi presidenti repubblicani.


Ed è proprio in questo scavo nella storia presidenziale che Eggers mostra il vuoto culturale attorno a Trump perché gioca facile citando JFK contornato da Arthur Miller, Tennessee Williams e Mark Rothko. Ma è quando snocciola le presenze “aliene” con i repubblicani a fare bingo. George Bush padre “incontrò Michael Jackson che per l’occasione indossava una specie di divisa militare con due medaglie che probabilmente si era conferito da solo”. George Bush figlio fece pure di più ospitando nello studio ovale: Bono, Itzhak Perlman, le Destiny’s Child. Elton John e Warren Beatty; oltre ad essere “un avido lettore” tanto che con il fidato Karl Rove faceva “a gara a chi leggeva più libri in un anno”. Ma l’apoteosi, spiega Eggers, la tocca Ronald Reagan, repubblicano duro e puro.

Alla Casa Bianca con l’ex attore hollywoodiano “la lista degli ospiti è stata un’infaticabile celebrazione della diversità della cultura statunitense”. Si legga il gotha del jazz: Lionel Hampton, Ella Fitzgerald, Benny Goodman, Dizzy Gillespie, Chick Corea, Stan Getz; ma anche la cantante lirica Beverly Sills e il pianista Rudolf Serkin. Stona un tantino la citazione di Nixon con Elvis nello studio ovale (ricostruita da Liza Johnson nel film Elvis&Nixon tratteggiando una paranoica comicità ad apparire entrambi al pubblico come amici giovali) ma l’autore di The Circle chiude con una considerazione sul valore universale dell’arte da applausi: “L’arte è portatrice di solidarietà. Espande l’immaginazione morale e rende impossibile accettare la disumanizzazione degli altri. Senza arte, siamo un popolo incompleto, miope, ignorante e crudele”.

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