«Anche al mio figlio disabile hanno preso le impronte! Aveva 16 anni. L’ho accompagnato io, l’ho messo in carrozzina e l’ho portato dalla Polizia. Gli hanno fatto tutto. Per prendere le impronte, la mano gliel’ha presa un militare. Poi gli hanno misurato l’altezza. Poi la foto con lui solo e con tutta la famiglia. Alla fine non ci hanno lasciato nemmeno un pezzo di carta. Niente ci hanno lasciato! Insieme a noi c’era qualcuno che ha dichiarato di essere cittadino di questo Stato. Ma nulla… anche loro hanno dovuto farlo».

Non siamo nella Germania nazista.

E’ questa una delle tante testimonianze contenute in un rapporto riservato, presentato da Associazione 21 luglio al Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite per denunciare la violazione dei diritti fondamentali dei rom da parte delle autorità italiane. Era il gennaio 2012.

Una storia metropolitana completamente rimossa. Non è un caso che dopo le parole di Matteo Salvini che invocavano un “censimento” delle comunità rom, qualcuno si è affrettato a sdrammatizzare spiegando che il ministro leghista non intendeva una schedatura su base etnica. Qualcun altro ha ricordato fatti analoghi avvenuti della Germania del 1938. Nessuno ha paventato la possibilità che una completa schedatura dei cittadini di etnia rom possa essere già conservata negli archivi di alcune Questure italiane.

Nella Capitale, ad un primo “censimento” su base volontaria, eseguito dalla Croce Rossa nel 2008, ne seguì l’anno dopo, un secondo, molto più accurato e approfondito, condotto dall’esercito e dalla Polizia di Stato. Stessa cosa a Napoli e in alcune città del Veneto. A Roma seguii personalmente la vicenda: ogni residente all’interno degli insediamenti, se riconosciuto come appartenente all’etnia rom, veniva fermato, prelevato e condotto presso l’ufficio Stranieri della Questura di Roma in una stanza denominata “Sportello Nomadi”, fotografato sia in gruppo che singolarmente. Alla persona veniva poi fatto il rilievo dell’altezza, delle impronte digitali e di eventuali tatuaggi. La procedura ha riguardato tutti i rom: apolidi di fatto, cittadini comunitari, persone in possesso di permessi di soggiorno, cittadini italiani.

Un giovane, si legge nel rapporto, ci raccontò: «Mi hanno fotosegnalato nel gennaio 2010. E’ venuta la polizia e ci ha detto che dovevamo fare un censimento. Dicevano che se non lo facevamo dovevamo andare per strada. Lo dovevamo fare per forza. Io ho detto che sono italiano e gli ho chiesto se dovevo farlo anche io. Loro hanno detto: “Sì, sì”. Mi sono sentito forzato perché se non lo facevo dovevo andare via, per strada. Un paio di giorni prima ci avevano detto di prepararci. Poi, dopo due giorni, nel piazzale del campo, sono venuti i vigili con un autobus e ci hanno portato alla Questura centrale. Io sono salito con mia madre, mio fratello e mia nipote che aveva dodici anni. Ci hanno portato dentro la Questura, poi ci hanno fatto aspettare seduti e poi siamo andati dentro. C’erano un mucchio di persone. Quella mattinata saranno stati almeno una sessantina. Ci hanno chiamati prima uno per uno. Prima ci chiedevano i documenti, poi ci misuravano l’altezza, poi la foto di profilo e davanti. Alla fine mi hanno preso le impronte. Mi hanno chiesto se avevo tatuaggi, se lavoravo, la mia provenienza. Dopo sono entrati gli altri della mia famiglia. Alla fine hanno chiamato tutti e quattro e ci hanno fatto una foto del gruppo familiare. Ci hanno messi in posa e ci hanno fatto la foto. Sopra la foto ho visto che hanno scritto i nostri nomi. Poi con lo stesso autobus, quando tutti hanno finito, ci hanno riportato al campo».

Neanche i bambini furono esclusi: «I poliziotti – disse una donna di nazionalità bosniaca – hanno preso le impronte anche ai bambini. I miei figli avevano 4 anni e 6 anni. Anche mia figlia di 12 anni». Nel marzo 2011, a fronte di circa settemila cittadini rom presenti negli insediamenti della Capitale, più di cinquemila risultavano già schedati. Anche a Napoli le cose andarono allo stesso modo.

Lo sanno bene le famiglie rom, cosa accade quando un ministro leghista pronuncia candidamente la parola “censimento”. Sono le stesse che si chiedono che fine abbiano fatto le schede raccolte nelle Questure pochi anni fa. Probabilmente se una persona che oggi siede nella stanza dei bottoni, volesse conoscere che nome e che volto hanno le persone di “razza zingara” presenti a Roma e Napoli si ritroverebbe il lavoro già fatto. Come lo fu per qualcuno, 80 anni fa, con gli ebrei.