di Andrea Redini*

Dopo la discussa versione del 2012, Aristotele torna al classico e si riconcilia con gli studenti. Passata l’ondata di preoccupazione all’apertura delle buste, accompagnata da proclami di solidarietà sui social per i poveri maturandi, l’incipit dell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea appare, tutto sommato, accessibile. I pochi periodi lunghi rendono lineare la sintassi, sebbene la prosa aristotelica si discosti qui dall’armonia di Platone e Plutarco, e lasciano le difficoltà maggiori alla comprensione del lessico, con anche una citazione omerica che di certo avrà dato da pensare a molti candidati. In sintesi, la versione richiede poca grammatica ma maggior empatia con lo stile e il pensiero dell’autore, ed è a questo punto che la traduzione appare tutt’altro che semplice.
Se da un lato il tema dell’amicizia non sarà sembrato nuovo ai maturandi e li avrà certamente ricondotti al De amicitia ciceroniano, testo a loro certamente più famigliare, dall’altro proprio in queste righe emerge la distanza che separa l’esperienza dell’amicizia antica e quella contemporanea.

L’aspetto che balza subito all’occhio dell’analisi aristotelica è l’inscindibilità tra l’amicizia e il rapporto politico, e non a caso è questa la prima cosa che viene in mente al filosofo nel cominciare la sua trattazione, cito una delle prime frasi che i nostri studenti si sono trovati a tradurre questa mattina: “si ritiene comunemente che siano proprio i ricchi e i detentori di cariche e di poteri ad avere il più grande bisogno di amici: infatti, quale utilità avrebbe una simile prosperità, se fosse tolta quella possibilità di beneficare che si esercita soprattutto, e con molta lode, nei riguardi degli amici?”.

Amicizia e politica. Binomio inscindibile nell’antichità ma problematizzato e spesso guardato con sospetto nella nostra società. Se Aristotele ammetteva con molta onestà l’utilità dell’amicizia all’interno dei rapporti di potere, le sue parole risuonano oggi insieme all’attenzione dei media per l’ennesimo caso di corruzione che ruota attorno al progetto del nuovo stadio della Roma. Così, in una realtà culturale come quella italiana, erede dei rapporti clientelari che caratterizzavano il mondo romano, amicizia e politica spesso vengono accostate nei titoli che parlano di corruzione, concussione, finanziamento illecito. La morale sembra sia opposta a quella del filosofo: più una persona ricopre cariche di responsabilità pubblica, più i rapporti personali devono essere vigilati, regimentati e, se necessario, interrotti.

A questo pericolo nessuno di noi dovrebbe considerarsi immune. Certo, un conto è alzare le mani sugli appalti pubblici (la corruzione era un reato ben noto già agli antichi), ma quando al giorno d’oggi a finire sotto i riflettori degli inquirenti sono una telefonata o una cena, comprendiamo che questo tema non riguarda solo il mondo dell’imprenditoria e della politica, ma ognuno di noi, a qualsiasi livello, può sperimentare il dissidio tra la fedeltà all’amico e la fedeltà al bene comune.

Proprio su questo conflitto il paragone col pensiero antico si fa interessante ma al tempo stesso insufficiente. Nel corso dell’ottavo libro dell’Etica, il filosofo pone le amicizie fondate sull’utile all’ultimo gradino della scala dei rapporti umani, in favore del legame di amicizia più autentico: quello che trova fondamento nella virtù. Questo sembrerebbe avvicinarsi alla nostra idea di amicizia, ma non dobbiamo dimenticare che nell’Antichità la virtù era un concetto elitario, rielaborato da diverse scuole filosofiche e gruppi sociali, prenderne parte presupponeva quindi la condivisione di precisi ideali, non da ultimo politici.

In questo senso comprendiamo la chiusura del brano proposto agli studenti: nel momento in cui Aristotele fa coincidere l’amicizia e la concordia sociale, è chiaro che nella sua mente non può esistere un conflitto fra le due, dal momento che egli esprime il punto di vista della classe dirigente. Nell’Antichità fare politica equivaleva essenzialmente a stringere e mantenere relazioni con i propri pari.

Oggi le cose sono cambiate, ma le parole di Aristotele ci ricordano il difficile equilibrio tra i rapporti umani e le responsabilità sociali e al tempo stesso ci dimostrano che un sentimento importante e senza età, come l’amicizia, non può prescindere dal contesto culturale in cui ha luogo, ed è con esso costantemente soggetto a mutamento. Di questa consapevolezza ci auguriamo possano farne tesoro i maturandi di quest’anno, che dopo aver riposto, forse per sempre, lo studio del greco antico, saranno comunque chiamati a rimodellare questi concetti nella società di domani e tracciare ancora una volta il confine, spesso troppo sottile, tra interesse personale e interesse pubblico, tra favore e favoritismo.

* Nato a Segrate nel 1991, laureato in lettere classiche, sono da sempre appassionato di storia e letteratura. Mi divido ora fra un impiego come commesso, le lezioni private, il pianoforte e una curiosità insaziabile. Chi ne avesse voglia può scrivermi a: andrearedini@gmail.com