Il Tribunale civile di Roma ha condannato la Germania al risarcimento dei danni in favore dei familiari di Paolo Frascà che fu torturato per due mesi dalle SS tedesche in Via Tasso e poi ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. A presentare ricorso era stato il figlio Bruno Frascà. Il giudice ha stabilito che per Frascà “tanto la sua detenzione quanto la sua morte sono certamente imputabili allo Stato tedesco“, che “deve essere ritenuto obbligato a risarcire” il figlio “delle sofferenze fisiche e psichiche” che il padre ha subito.

Sofferenze che la sentenza enumera: l’essere stato prelevato a sua insaputa e inoltre con l’inganno di essere destinato in campo di lavoro; l’essere stato tenuto sempre con le mani legate dietro la schiena; l’attesa nel piazzale della cave Ardeatine e poi la lettura del suo nome e la cancellazione dalla lista delle persone destinate all’eccidio; l’essere stato costretto “a subire la macabra visione dell’insieme dei corpi genuflessi dei compagni già uccisi”. E per quanto riguarda il figlio della vittima, la Germania è tenuta a risarcirlo per averlo privato del padre all’età di poco più di due anni.

La decisione poggia su una serie di dati di fatto, tra cui la sentenza irrevocabile di condanna a carico dei militari tedeschi Karl Hass ed Erich Priebke (e mai pentito per l’eccidio) per aver trucidato 335 persone alle Fosse Ardeatine, le testimonianze processuali delle torture inferte, la funzione del carcere di via Tasso, le modalità con cui Frascà e altre 344 persone furono prelevate e poi uccise alle Ardeatine.
Una serie di “elementi fattuali”, ricostruiti dalla sentenza, da cui emerge che Frascà “fu arrestato il 27 gennaio 1944 su iniziativa della polizia politica e di sicurezza tedesca ancorché con la collaborazione di spie italiane da essa retribuite, e restò detenuto in assenza di alcun procedimento giudiziario a disposizione della medesima pulizia tedesca fino alla morte avvenuta sulla base di un ordine direttamente impartito da Hitler mediante l’efferata esecuzione presso le Cave Ardeatine il 24 marzo 1944″. Pertanto, visto che il padre del ricorrente “è stato certamente arrestato dalla polizia tedesca ed era dunque sotto il suo controllo, tanto la sua detenzione quanto la sua morte sono certamente imputabili allo Stato tedesco”. Paolo Frascà, inoltre fu “arrestato come privato cittadino privo di alcun visibile segno di riconoscimento di appartenenza a un gruppo militare avversario” e quindi non era “qualificabile alla stregua della Convenzione dell’Aja del 1899 ‘prigioniero di guerra’”.

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