“Quanta confusione su questa vicenda. Malta, per dire, non ha violato alcunché e l’Italia, semmai, si è avventurata in un vicolo cieco da cui solo il provvidenziale intervento della Spagna ci ha tirati fuori. Qualcuno ora potrà cantare vittoria dal punto di vista politico, ma ha giocato d’azzardo perché ci stava portando verso un gravissimo vicolo cieco”. Gianfranco Schiavone è il vice presidente dell’Associazione studi giuridici sull’Immigrazione (Asgi) e lo chiamiamo che aveva ancora la penna in mano per scrivere il primo ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo nella certezza giuridica, non politica, che l’Italia sia venuta meno ai suoi doveri di soccorso e accoglienza chiudendo i porti all’Aquarius carica di migranti che staziona a 35 miglia dall’Italia e 27 miglia da Malta. “Se non si fosse fatta avanti la Spagna – dice – qualunque cosa fosse successa a quelle persone la catena di comando di chi ha disposto la chiusura dei porti italiani e del soccorso ne avrebbe risposto sul piano civile e penale. E’ giusto dirlo, perché non si pensi che la chiusura dei porti possa essere la risposta dell’Italia”.

Schiavone mette i puntini sulle “i” rispetto alle molte imprecisioni di questi giorni. “La prima è che tutta questa storia abbia a che fare con il diritto marittimo e i soccorsi, quando tocca e investe qualcosa di ben più profondo e radicato a terra come l’assunzione di responsabilità degli obblighi di protezione, accoglienza e inserimento sociale. Se riconduciamo tutto, come a volte si è letto, ad una vicenda di soccorso geograficamente determinata il rifiuto di cinque risulterebbe incomprensibile. Dietro, infatti, c’è il problema di fondo della presa in carico delle domande di asilo. Il tema del regolamento di Dublino e dell’equa ripartizione tra gli Stati europei degli sforzi di accoglienza. Non le regole del soccorso”.

Eppure Salvini ha ingaggiato un braccio di ferro con Malta, era corretto sul piano del diritto? “Non lo era affatto. Malta ha rifiutato molte volte di assumersi le proprie responsabilità, pur parzialmente giustificata in questo dalla sua particolare condizione di isola-Stato, anche quando le aveva formalmente. Ha infranto le normative cercando di scaricare in tutti i modi il fardello. In questo caso specifico però Malta non ne aveva perché il soccorso è stato effettuato nelle acque Sar libiche, ammesso che si possa dire così perché in realtà neppure esistono non essendo la Libia un Paese annoverabile tra quelli con porti sicuri, per come sono definiti negli accordi internazionali. Chi indirizzasse lì un barcone finirebbe per concorrere a una violazione sul soccorso in mare e sulla protezione giuridica e materiale delle persone che vengono soccorse. Detto questo è evidente nel caso della Aquarius che la competenza non potesse essere maltese per i motivi sopra detti ma neppure libica, ma solo italiana essendo il Paese che ha coordinato i soccorsi e cui è arrivata la chiamata in mare. Il centro di soccorso di Roma ha coordinato le operazioni fino a quando è arrivato l’altolà politico di Salvini che ha detto ‘no, noi non li prendiamo, li deve prendere Malta’”.

Cosa non vera appunto, Malta non aveva alcun obbligo giuridico di intervenire, non c’è stato un soccorso nella sua area. “Inoltre Malta non ha un obbligo perché non ha sottoscritto, a differenza dell’Italia, due emendamenti alle convenzioni importanti (Solas e Sar) in fatto di soccorso che dicono che lo Stato deve ridurre al minimo i rischi per la nave che presta assistenza, deve intervenire il prima possibile per organizzare lo sbarco. Integrazioni di buon senso che Malta non ha firmato così da sfilarsi dall’obbligo, ma noi sì e dobbiamo risponderne”.

In ogni caso Malta avrebbe potuto fare quel che, non tenuta sul piano del diritto, chiedeva l’Italia? “E’ un altro punto da chiarire. Malta, come per altri versi l’Italia, ha caratteristiche particolari. E’ un’isola-stato di dalle dimensioni e capacità così ridotte da non consentire un adeguato pattugliamento. Non può neppure accogliere a terra all’infinito, detto che dopo la Svezia è al secondo posto in Europa per numero di richiedenti asilo con una media di 18,1 persone ogni mille abitanti, quando la media europea è di circa 5,9 e l’Italia sta anche sotto, nonostante tutto. Numeri che ci dicono un’altra cosa: nonostante il nostro Paese oggi sia oggettivamente esposto agli arrivi immediati e quel che ne consegne non è vero che è così esposto rispetto alla presenza di immigrati”. Il rimpallo dei barconi però non è assolutamente incidentale.

“In fatto di regole e politiche di accoglienza proprio la vicenda dell’Aquarius rivela la debolezza dell’Europa. La comunità degli Stati è attraversata da una sorta di conflitto permanente fra quelli che cercano di ridurre l’impatto degli arrivi scaricando su altri i richiedenti asilo e quelli lontani dalle rotte di fuga che fanno muro, nonostante i principi di solidarietà ed equa distribuzione delle responsabilità sia un principio giuridico del Trattato sul funzionamento dell’Unione non accettano che venga avanti il principio della ripartizione. L’Europa deve fare dei passi avanti. Il regolamento di Dublino 3 ma anche le precedenti versioni hanno fissato il principio che, salvo i casi di ingresso regolare o riunificazione famigliare o il caso dei minori non accompagnati, la competenza sulle domande di asilo si radica nel primo Paese in cui arrivano i migranti e vengono salvati. E’ un criterio irragionevole, specie in casi come Malta ma anche per l’Italia. E’ necessario arrivare quanto prima a una nuova regolamentazione che considera l’Europa quale una casa comune nella quale le persone in fuga entrano dove possono ma la gestione della loro accoglienza e della loro integrazione sociale è un compito di tutti, sulla base di una ripartizione fondata su principi equi e oggettivi quali quelli individuati dal parlamento europeo nella proposta di riforma votata nel novembre 2017 e ignorata da tutti, in primis dall’Italia”.

Insomma, se Malta nulla c’entra Salvini ha forzato la mano giocando d’astuzia per imporre ad altri una soluzione del caso Aquarius. “Esattamente, l’Italia sul piano giuridico aveva l’’obbligo di proseguire e portare a termine le operazioni di soccorso che si sono fermate su input esclusivamente politico non supportato dal diritto e non privo di rischi. Che la Spagna abbia deciso di intervenire non elimina alcuna responsabilità. Qualcuno ora potrà cantare vittoria dal punto di vista politico ma ha giocato d’azzardo perché stava portando l’Italia verso un gravissimo vicolo cieco. Se non si fosse fatta avanti la Spagna di qualunque cosa fosse successa a queste persone la catena di comando di chi ha disposto la chiusura dei porti italiani e del soccorso ne avrebbe risposto sul piano civile e penale. Questo va detto chiaramente a chi pensa che le cose si possano fare così, le cose sono andate in un certo modo grazie ad altri, alla Spagna in questo caso, non all’Italia.