Il commento più ricorrente è: “Avete rotto con questo fascismo”. Subito dopo viene: “I fascisti siete voi di sinistra”. Segue: “Gli Amato imperversano, sarà parente?”.

Lo ammetto, mi sento di sinistra. Orfano, ma di sinistra. E no, non sono parente, non vivo ai Parioli e nella mia famiglia non ci sono uomini potenti. Anzi, quando mio fratello più grande si laureò fu il primo dell’intera gens degli Amato ad avere questo privilegio. Ammetto anche che parlare di fascismo era provocatorio. Ieri.

Oggi lo è un po’ meno, perché tra i tanti commenti (generalmente venati di insulti più o meno espliciti al sottoscritto, cui sono totalmente indifferente) non ce n’è uno che abbia voluto leggere di che fascismi stavo parlando, autodenunciandomi in primis.

Fascismo, per me oggi, è un insieme di condizioni: condizioni che si presentano a volte singolarmente, a volte più d’una insieme, talvolta tutte in contemporanea. E’ in quel caso che c’è da preoccuparsi.

Fascismo è pensare che dietro ogni posizione dissimile dalla nostra ci sia dolo, complotto, interesse.
Fascismo è essere orgogliosi della propria ignoranza: è classismo al contrario. Taci tu che sei privilegiato. Ma non ci penso proprio: la mia istruzione e il mio lavoro me li sono guadagnati dall’inizio alla fine.
Fascismo è pensare che visto che quelli prima facevano schifo, a quelli che arrivano non si possa dire niente.
Fascismo è pensare che esista un uomo nuovo, esente dai difetti di tutti gli altri. E’ un fascismo ingenuo.
Fascismo è soprattutto – oggi – sobillare i peggiori istinti delle persone e farli diventare linea politica, variabile come variabili sono gli istinti e i bisogni.
Avrei potuto chiamarlo qualunquismo, populismo, demagogia. Ma per me resta fascismo, perché mira a uniformare il pensiero verso il basso.
E il pensiero unico, quale che sia, è sempre dittatura.

Soprattutto per questo motivo il mio timore non è che Salvini sia o meno fascista. Salvini non è fascista. Salvini è bravo, furbo, astuto e determinato.

Siamo noi, anche io, ad essere intrisi di fascismo.

Non essere razzisti, non avere paura della diversità, in qualunque forma si presenti, è un esercizio razionale. Cioè fatica per trattenere i propri istinti, per rivestirli di pensiero.
Siamo tutti d’accordo nel dire che viviamo tempi infausti. Siamo tutti d’accordo nello stigmatizzare il privilegio senza merito, nel pretendere la punizione del ladro e del corrotto.
Ma, come sempre, siamo portati ad accusare gli altri e indulgere verso noi stessi.
E questo ci avvicina un passo dopo l’altro a un fascismo autoreferenziale. No ai negri, no agli immigrati, no ai gay, no alle famiglie arcobaleno. No, no e no. Sempre e solo no. Dalla fila all’ufficio postale alla rotatoria all’uscita dalla tangenziale: io ho già dato, io sono stanco, io non ne posso più. Io ho la precedenza.

E non è questione di Pd, Forza Italia, Lega o 5 stelle. E’ questione di cultura. Non di quante parole conosci (magari ne riparliamo un’altra volta), ma di quanta cultura e pensieri riempiamo la vita, di quanto “altro” riusciamo a incamerare nelle nostre piccole esistenze per impedirci di guardarci sempre l’ombelico.
Siamo lagnosi, furenti, perennemente pronti a trovare il torto altrui. Oggi è il migrante che attraversa il Mediterraneo, ieri era il rumeno, l’altro ieri l’albanese. Il giorno prima i terroni.

Chiamatelo come volete se non volete chiamarlo fascismo. Ma non lo saremo di meno attribuendogli un altro nome. Non saremo meno fottuti di così.
Quando la luna di miele con il nuovo governo sarà finita, quando l’atteggiamento fideistico e anticritico esploderà (perché a un certo punto esplode), vi sentirete nuovamente traditi. E cosa farete? A chi vi rivolgerete se tutto quel che non siete voi è merda?

In bocca al lupo. Io preferisco allenare il cervello oggi piuttosto che vomitare bile domani.